I Limiti di Gramsci furono la sua Forza.

«Quali furono i limiti di Gramsci? Fondamentalmente il fatto che egli aveva una conoscenza assai parziale e difettosa dell’opera di Marx, e anche gli scritti di Lenin gli erano noti solo in parte. Il risultato fu che egli non tentò neppure un’analisi economica del capitalismo italiano o europeo. Ma questa debolezza fu per un altro verso, la sua forza. Proprio perché non possedeva una effettiva padronanza della teoria economica marxista, Gramsci fu indotto a sviluppare una nuova esplorazione della storia italiana che rovesciò la convenzionale schematizzazione di struttura e sovrastruttura — una coppia di concetti — sia detto per inciso — che sono assai poco frequenti nello stesso Marx, e che hanno quasi sempre condotto a semplificazioni elementari. Gramsci fu in tal modo libero di attribuire una importanza inconsueta alle componenti politiche e ideali della storia e della società italiana. Ci siamo tanti abituati, come marxisti, a guardare la realtà attraverso certi occhiali che è importantissimo che qualcuno, ogni tanto, sappia toglierseli dal naso: è probabile che vedrà il mondo in maniera un po’ più confusa, ma è anche possibile che riesca a percepire cose di cui quelli con gli occhiali non si accorgono nemmeno. L’incompletezza della sua formazione economica costrinse Gramsci a muoversi in una direzione di pensiero più originale e importante di quanto non gli sarebbe stato forse possibile se avesse posseduto una formazione più ortodossa. Il suo studio, naturalmente, è restato incompleto e frammentario. Ma nonostante tutti questi limiti, l’esempio di Gramsci e i risultati del suo lavoro hanno un’importanza di grande rilievo» [Colletti, 1975: p. 55-56].

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Il filosofo Lucio Colletti (FI): “Il nazismo non è un unicum!”.

CAMERA DEI DEPUTATI – SEDUTA DEL 23/03/2000. INTERVENTO DELL’ON. LUCIO COLLETTI: «Io sono antifascista dal 1941 e ho vivissimo nel ricordo le impressioni (che furono fondamentali per il seguito della mia vita) provate davanti ai filmati che documentavano per la prima volta i crimini di Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen ecc. Quindi se qualcuno osasse contestarmi su questo terreno, replicherei prima che con gli argomenti, con gli schiaffoni. Detto questo, mi domando perché mai noi insistiamo in questo gioco assolutamente insostenibile che tende a fare dei crimini del nazismo un unicum, una cosa che non ha paragone, e perché, venendo all’argomento, se dobbiamo dedicare un giorno della Memoria oltre che alla Shoah, questa memoria non la dedichiamo anche alle centinaia di migliaia di prigionieri italiani in Russia di cui il governo sovietico si rifiutò sempre di dare notizia alle famiglie e all’opinione pubblica italiana? Ma perché accanto ad Auschwitz e alla Shoah non si mettono, come oggetto del ricordo e della memoria storica, l’ARCIPELAGO GULAG con tutti gli eccidi sterminati che lì furono perpetuati? Dato che l’assiduità dei lavori parlamentari toglie tempo alla lettura, consiglio agli amici, di questa e dell’altra parte, la lettura di un libro riedito, aggiornato e ampliato, alla luce della documentazione emersa dai servizi del KGB, di Robert Conquest, «Il Grande Terrore», edito Rizzoli. Allora io concludo dicendo che se continua questo gioco per cui il nazismo è un unicum, noi innanzitutto dimentichiamo una verità fondamentale: la seconda guerra mondiale fu fatta di due guerre mondiali. La prima, dal 1° settembre del 1939 al 21 giugno del 1941, vide Stalin e Hitler alleati, Unione Sovietica e Germania nazista, comunismo e nazismo schierati dalla stessa parte. Tutto questo è completamente uscito dalla memoria storica e dinanzi alla Shoah io mi inchino come mi inchino di fronte a tutti i genocidi comunque e dovunque siano stati perpetuati. E dato che la Shoah è un unicum, Hitler è l’autore della Shoah, quindi è impossibile paragonare nazismo hitleriano e comunismo staliniano. Signori, a questo gioco vergognoso io non ci sto!». *APPLAUSI SCROSCIANTI*

Lucio Colletti

James O’Connor & The Fiscal Crisis of the State 

nzoPer l’economista neomarxista James O’Connor, la crisi fiscale dello Stato non è altro che la tendenza delle spese governative ad aumentare più rapidamente delle entrate. “Certo non esiste nessuna legge ferrea in virtù della quale le spese debbano sempre aumentare più in fretta delle entrate, ma sta di fatto che i bisogni crescenti, giunti a un tale livello che soltanto lo Stato li può soddisfare, generano aspettative crescenti nel bilancio statale” (O’Connor, 1973: p. 4). Dato che “la spesa statale è… incessantemente il campo di battaglia degli interessi di classe”, O’Connor spiega che “le grandi società per azioni e i ricchi investitori vogliono che siano i lavoratori e le piccole imprese a pagare il conto per quanto riguarda la modernizzazione degli aeroporti, l’ampliamento della rete stradale, i trasporti rapidi urbani, gli investimenti per il rifornimento idrico, il controllo dell’inquinamento. […]” (O’Connor, 1973: p. 3). D’altra parte, piccole imprese e, in generale, proprietari di immobili si aspettano una riduzione della tassazione immobiliare, l’operaio medio salariato auspica una riduzione della tassazione sul reddito e i poveri vogliono semplicemente meno tasse. Ma per O’Connor, qualora il cittadino fosse restìo ad accettare l’aumento della tassazione diretta sul reddito, allora il Governo, per finanziare le maggiori spese (attraverso l’inflazione o l’espansione del credito), troverebbe comunque il modo di farlo contribuire per via implicita, ossia attraverso traslazione dell’imposta sui beni di consumo. Nell’Europa ottocentesca, constata O’Connor, il finanziamento della spesa statale scaturiva innanzitutto dalle esigenze derivanti dalla guerra: “Le guerre e l’espansione imperiale finanziate per mezzo del debito provocarono l’inflazione, la riduzione del reddito reale dei lavoratori, la concentrazione nelle mani di dinamici uomini d’affari delle grandi risorse cui lo Stato in guerra può attingere sotto la forma delle imposte o dei prestiti. Furono così le guerre e l’espansione imperiale […] che crearono quella classe di rentier per la quale Marx, in un brano giustamente famoso, coniò il termine di aristocrazia finanziaria (…)” (O’Connor, 1973: p. 215). L’aristocrazia finanziaria esiste tuttora ed è tuttora assai potente, nella misura in cui banche e grandi società imprenditoriali investano ancora oggi in titoli di Stato rapidamente convertibili. Il debito statale, per O’Connor, svolge un ruolo essenziale nel sostenere il sistema finanziario, basti immaginare che il debito federale statunitense, ad un certo punto subì un’impennata straordinaria: dai 40 miliardi di dollari del 1940 ai 450 miliardi del 1972. Solitamente, “le classi dominanti cercano o di occultare, oppure di giustificare e razionalizzare ideologicamente lo sfruttamento fiscale” (O’Connor, 1972: p. 228). Si sa che nei paesi capitalistici avanzati lo sfruttamento fiscale è tenuto in fin dei conti nascosto ai contribuenti. Le imposte indirette sono l’autentica dimostrazione di come agisca il Governo per espropriare fiscalmente gli operai salariati: per esempio “la Tax Foundation ha stimato che circa 150 tributi sono celati nel prezzo di una pagnotta, e circa 600 tributi nel prezzo di una casa” (O’Connor, 1973: p. 229). L’autore ci spiega che la tesi del Governo è fondamentalmente la seguente: “Se si tassano i profitti con eccessiva pesantezza, diminuirà l’accumulazione di capitale e quindi la crescita della produzione e dell’occupazione, e che se si danneggiano gli incentivi per le famiglie ricche, per gli investitori e per gli istituti finanziari che monopolizzano l’offerta del capitale monetario, si inaridirà l’offerta di fondi investibili” (O’Connor, 1973: p. 229). Inoltre lo sfruttamento fiscale viene paradossalmente giustificato con il seguente motto: “trattamento eguale per soggetti eguali”. Ma la società capitalistica attuale non è una società di eguali poiché “vi sono proprietari e non proprietari, capitalisti monopolistici e capitalisti concorrenziali, lavoratori organizzati e lavoratori non organizzati, gruppi sociali oppressori e minoranze oppresse, ricchi e poveri, e così via” (O’Connor, 1973: pp. 230-231). Quella sopraccitata è una dottrina, a tutti gli effetti, “dispotica” dal momento che il Governo, per rimborsare il prestito contratto coi capitalisti monetari, prende univocamente di mira, tramite espropriazione fiscale, lavoro salariato e piccole imprese. Dunque, un sistema fiscale che si propone di trattare tutti i soggetti in modo uguale, in un sistema in cui vigono gli interessi di classe e la diversa distribuzione reddituale, sta soltanto rafforzando le ingiustizie derivanti dallo status quo, generato per l’appunto dal sistema di produzione capitalistico. Ma la cosa più sconcertante è che il Governo non pone alcun rimedio per tentare di alleviare i livelli altamente inquietanti di ineguaglianze economiche e reddituali, realisticamente esistenti. “Così anche la politica fiscale risponde soprattutto allo scopo di incrementare i profitti privati e l’attività economica privata: lo Stato cioè non deve ridurre gli incentivi per i capitalisti a risparmiare e a investire. Quindi, anche da un punto di vista teorico, colpire il reddito o la ricchezza della classe capitalistica è nel migliore dei casi inefficace” (O’Connor, 1973: p. 231). Per esempio, gli incrementi di valore realizzati dalle imprese monopolistiche sono esenti da imposte e “i proprietari e gli alti dirigenti delle grandi società per azioni percepiscono gran parte dei propri redditi sotto la forma degli interessi fruttati dalle obbligazioni municipali, che sono esenti da imposte, e degli incrementi di valore del capitale realizzati, che sono tassati ad aliquote relativamente basse” (O’Connor, 1973: p. 235). Dal momento che la classe capitalistica è riuscita a trovare delle scappatoie legali nel sistema fiscale, “l’imposta personale sul reddito non ha inciso che in misura minima sul formarsi di questa massiccia concentrazione della ricchezza, nonostante la facciata delle aliquote progressive” (O’Connor, 1973: p. 235). “E con i suoi rifugi fiscali e le scappatoie disponibili […], l’intero sistema in realtà si basa sullo sfruttamento della classe operaia e dei piccoli imprenditori, in particolar modo degli addetti al settore monopolistico il cui reddito imponibile è relativamente alto” (O’Connor, 1973: p. 236). Sono oggetto di sfruttamento non solo immobili e reddito delle imprese, ma anche i contributi previdenziali, le imposte sulle vendite e di fabbricazione, e, principalmente, l’imposta personale sul reddito. Ne consegue che quasi tutti gli economisti siano concordi nel ritenere che in realtà l’intera imposta sul monte-salari ricada unicamente sugli operai salariati. Per concludere, secondo O’Connor, “il sistema fiscale svolge due grandi funzioni: in primo luogo, consente al capitale monopolistico di incrementare il proprio reddito e il proprio patrimonio, e svolge quindi un ruolo importante nel rafforzarlo in quanto classe dominante. L’accresciuta spesa statale, anche là dove nominalmente è finanziata mediante le imposte sui profitti, incrementa i profitti e incide sui salari reali, dato che le grandi società per azioni scaricano le imposte da esse pagate sui consumatori aumentando i prezzi. In secondo luogo, il sistema sottrae capitale alle piccole imprese e alla classe operaia, al fine di coprire i costi del capitale sociale e delle spese sociali. Limitando la loro capacità di accumulare risparmi liquidi, il sistema fiscale costringe i lavoratori a rimanere tali: sul lungo periodo, costringe la classe operaia a dipendere sempre di più dal capitale e in ultima analisi dallo Stato. E’ questa un’interessante contraddizione del sistema fiscale: da un lato, la pressione fiscale ricade con la massima pesantezza sulla classe operaia; d’altro lato, la classe operaia ha bisogno di stanziamenti statali sempre maggiori (…), proprio a causa della sua condizione operaia. Può benissimo darsi che, quanto maggiore è lo sfruttamento fiscale, tanto maggiori siano le spese governative e quindi tanto più necessario diventi uno sfruttamento fiscale ancora più intenso” (O’Connor, 1973: p. 240).
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1. Eaton J. (1950), Economia Politica. Introduzione alla teoria economica marxista, Milano, Piccola Biblioteca Einaudi, 1977.
2. O’Connor J. (1972), La Crisi Fiscale dello Stato, Milano, Piccola Biblioteca Einaudi, 1979.

GPC

Esiste una dottrina marxistica dello Stato? La critica di Bobbio

marxNegli scritti politici giovanili del 1850, Marx teorizza l’annientamento del sistema di riproduzione capitalistico, reo di provocare ineguaglianze sul piano sociale ed economico, a vantaggio di un nuovo modello istituzionale, sociale, politico ed economico attorno a cui stringersi. E’ il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura che andrebbe ad intaccare il monopolio complessivo (finanziario, industriale, culturale ecc.) detenuto dalle classi dominanti. Per Marx solo un governo anticapitalista e quindi socialistico, realizzabile attraverso l’applicazione dei seguenti punti: 1) dittatura del proletariato, 2) collettivizzazione dei mezzi di produzione, 3) abolizione della proprietà privata, 4) azzeramento delle differenze di classe, 5) volterrianesimo (difesa della tolleranza, libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale), 6) piena realizzazione di una democrazia compiutamente diretta, può risollevare le masse popolari dalla loro miseria economica, dal loro degradamento sociale e culturale. Alla luce quindi di questi propositi, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: in Marx esiste una teoria articolata dello Stato? Nelle sue opere, si possono rintracciare delle indicazioni sufficientemente chiare ed esaurientemente adempiute per la determinazione di una costruzione positiva dello Stato socialista? “Purtroppo no”, sottolineò Bobbio sulle pagine di Mondoperaio: se continuiamo ad attingere univocamente al pensiero politico dell’economista di Treviri, non possiamo né ricavare, né dedurre un modello di Stato altro, assieme democratico e socialista, in contrapposizione a quello borghese. Nelle sue opere, in realtà, Marx si è occupato maggiormente dell’estinzione dello Stato borghese e della critica dell’economia capitalistica, rea di generare crisi e disuguaglianze sociali, che non della costruzione dello Stato socialista, pur avendolo ritenuto contro gli anarchici, necessario. Bobbio, inoltre, si interroga sul nesso dicotomico esistente tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e sfida gli intellettuali della sinistra massimalista dell’epoca ad esporsi sulla possibilità o meno di poter coniugare le libertà civili che lo Stato democratico-rappresentativo ha progressivamente conquistato nel corso del tempo, con il socialismo. Molti (ma non tutti) fra questi intellettuali finirono per accreditare le tesi di Bobbio: gli interventi furono ad opera di Boffa, Cerroni, Colletti, Diaz, Guiducci, Ingrao, Negri, Occhetto, Signorile ecc. Per Bobbio ci sono socialisti e socialisti: in particolare, si possono distinguere i socialisti riformisti da quelli rivoluzionari. I riformisti vedono nella democrazia rappresentativa e quindi nel sistema politico odierno il mezzo più efficace per raggiungere i propri intenti ossia: servirsi delle attuali istituzioni per introdurre, dal suo interno, profonde modificazioni negli assetti della società civile che porteranno, gradualmente, al compimento del passaggio dalla società capitalistica a quella socialista. I rivoluzionari, al contrario, sostengono che occorra sovvertire anzitutto la democrazia rappresentativa dello Stato borghese, intraprendendo perciò un lungo cammino rivoluzionario per creare tutte quelle condizioni intrinseche che condurranno ad uno Stato effettivamente socialista e ad una democrazia a tutti gli effetti diretta. Ma l’esperienza rivoluzionaria dell’URSS ci ha insegnato che se non si fa un uso accorto degli istituti democratici, a fare la loro ricomparsa, sotto nuove vesti, sono vecchi regimi autarchici e dittatoriali. Ed è ciò che si vorrebbe necessariamente evitare. Per Bobbio, la democrazia diretta, avvalorata e propugnata dalle idee socialiste, è, in verità, molto difficile da realizzare: Bobbio giungerà a definirla persino «sovversiva», in funzione proprio del margine di pericolosità e di rischiosità annesso ad una sua quanto mai improbabile affermazione. Le dure repliche della storia hanno dimostrato che sinora nessun sistema politico democratico è approdato al socialismo e sinora nessun sistema socialistico è governato democraticamente. Eppure, nonostante tutto, vi è chi continua a sostenere che la democrazia senza socialismo e il socialismo senza democrazia siano rispettivamente una democrazia e un socialismo imperfetti.

GPC

La rete ci renderà stupidi? Un saggio di Derrick de Kerckhove

Stavo sfogliando l’ultimo saggio del sociologo canadese Derrick de Kerckhove, “La rete ci renderà stupidi?” (Castelvecchi, 2016) sui pericoli ma anche sulle enormi potenzialità della rete. Tra gli effetti positivi si annoverano: un incremento del senso di autonomia, una maggiore sensazione di potere individuale, l’aumento dell’autostima e una maggiore disponibilità al cambiamento. Tra quelli negativi: la perdita e la riduzione di competenze convenzionali date in passato per scontate (tra gli es. facciamo più fatica a riconoscere facilmente persone incontrate per caso), diminuzione delle competenze interpersonali dal vivo (vita virtuale > vita reale), l’attenzione frammentata dato che le nostre attività sono interrotte continuativamente da dispositivi dotati di un qualche schermo (si accumulano solo frammenti di vita in luogo di una continuità esperienziale). Se una lettura, di qualsiasi genere essa sia, viene interrotta a più riprese, il pensiero prova in continuazione a ritrovare il filo, ma può farlo solo in modo frammentario e superficiale. Si apprende senza riflessione profonda (…)

GPC

Il concetto di decrescita conviviale (felice) nel pensiero di Serge Latouche

Proporre delle alternative sostenibili ai modelli di sviluppo correnti non significa necessariamente avanzare argomentazioni che implichino un inesorabile ritorno al passato. Oggigiorno il dopo-sviluppo è quantomeno ipotizzabile, ragion per cui deve essere in grado di vagliare più prospettive possibili. Tra queste figura senz’altro la cosiddetta “decrescita conviviale”, teorizzata dal filosofo ed economista francese Serge Latouche. Decrescita, s’intende, non col fine univoco di tutelare l’ambiente paesaggistico circostante, ma anche per ripristinare tutte quelle condizioni che garantiscano, oggi più che mai, un minimo di giustizia ed equità sociale. Il filosofo sostiene che in assenza di questo minimo essenziale il pianeta, presto o tardi, sarà condannato a contorcersi su se stesso. Una precisazione, decrescita non è sinonimo di crescita negativa, regresso economico o riduzione del benessere. Gettare le basi per la decrescita vuol dire discostarsi anzitutto e senza mezzi termini dall’immaginario economico collettivo, rinunciando a quelle credenze solo apparentemente irresistibili secondo cui “di più è uguale a meglio”; “chi più ha, meglio sta”. Il bene e la felicità si possono riottenere a minor prezzo. La riscoperta della vera ricchezza deve 1) passare attraverso il rispetto per le bellezze naturali e il consolidamento delle relazioni sociali conviviali; 2) compiersi con serenità puntando sulla frugalità, sulla sobrietà e anche su una percentuale di rigorosità nel consumo materiale. Più sinteticamente, l’edificazione di una società meno ingiusta si tradurrebbe nel recupero della convivialità e nell’adozione di un modello di consumo più limitato quantitativamente e più esigente qualitativamente. Sappiamo bene che una persona felice non arriverà a consumare antidepressivi, non consulterà psichiatri, non tenterà di suicidarsi, non romperà le vetrine dei negozi, non acquisterà dalla mattina alla sera oggetti tanto cari quanto inutili e, a proposito di quest’ultimo punto, se vogliamo, l’individuo comune partecipa in misura ridottissima all’attività economica della società. La decrescita può rendere la vita più gradevole e si pone come priorità quella di focalizzarsi sul fondamentale abbandono del perseguimento insensato della crescita per la crescita, il cui motore è soltanto la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale. La decrescita intende semplicemente ribaltare gli stili di vita e ripristinare l’uso razionale del cervello umano e dell’energia. Si intende riscoprire il piacere del vivere sociale in maniera non più egoistica ma altruistica. Riscoprire il piacere dei cibi autoprodotti, della vita conviviale, dello stare insieme per affrontare i problemi della comunità locale avendo un approccio olistico e pragmatico dei temi affrontati. Decrescita significa riappropriarsi dei beni comuni e tutelarli. Significa bere acqua del rubinetto ma sicura, significa affidare la gestione della stessa a società realmente pubbliche fatte anche dai cittadini e non da una corporation SpA. Per tutti questi motivi la decrescita felice non è collocabile fra gli schieramenti politici attuali, siano essi di destra o di sinistra, per la banale ragione che i diritti non sono di una parte politica, ma di tutti. Mangiare cibi sani e di qualità, bere acqua pubblica e pulita, usare l’energia razionalmente, tutto questo ed altro sono pure scelte di buon senso, sono il frutto di azioni politiche che non hanno una bandiera politica. Agli occhi dei più può apparire una strada attuabile soltanto nelle nostre menti, ma non è così. Ci sono infatti diverse comunità in Italia che si stanno spendendo nell’applicazione dei principi delle 8R, consistenti in un complesso strategico volto a realizzare la decrescita attraverso otto parole chiave: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, redistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Il grande mutamento per costruire la società della decrescita può essere espletata con l’attivazione di questi otto ambiziosi fattori interdipendenti che si rafforzano in modo costante e reciproco. Chi non riesce a smuoversi dalle proprie convinzioni e crede ancora fermamente che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle.

Giuseppe Paolo Caraglia

Il Prog-Rock Esistenziale: i Van der Graaf Generator

6tag_021015-140042Ho trascorso quasi 2/3 della mia esistenza ad assecondare una passione decisamente smodata per la musica di qualità. Ho conosciuto ed apprezzato numerosi generi musicali, ascoltato migliaia tra gruppi e artisti, assimilato una sconfinatezza di lavori discografici; tutt’oggi, infatti, un po’ com’è insita nella natura degli esploratori, sono alla costante ricerca e scoperta di sound variegati, differenziati, innovativi, degni comunque di attenzione e ammirazione. Per molteplici ragioni constato che il prog-rock esistenziale degli inglesi Van der Graaf Generator, capeggiati dal leader indiscusso Peter Hammill, il Jimi Hendrix della voce (“una vocalità che sa essere angelica al limite del femmineo e violentemente demoniaca”), paroliere e mente del gruppo, si sia ritagliato un universo fenomenico unico e terribile, impressionandomi talvolta favorevolmente. A supporto delle atmosfere rarefatte e nevrotiche, il merito va in primis alla sontuosità dei loro testi filosofici, molto vicini allo psicodramma, carichi di significati avveniristici riflettenti la condizione pessimisticamente avvilente dell’umanità nell’età ultramoderna. Nella suite del “generatore” non si trascende il reale nel favolistico, non lo si dissolve nell’indeterminato, non lo si avviluppa in forme estetizzanti e alla fine rassicuranti. In essa è rappresentata, in tutta la sua intensità, l’angoscia del vivere, espressa tramite un sound lirico e, allo stesso tempo, epico. I VDGG vengono ricordati anche per gli arrangiamenti tanto essenziali quanto al contempo complessi, discostanti da virtuosismi estenuanti e barocchismi d’ogni sorta. Insomma sin dalle origini, risultati non conformi alle soluzioni compiacenti proposte dai competitori di turno, ovverosia una serie di riempimenti atti a suggellare quasi univocamente l’irrefrenabilità tecnica ed esibizionistica, indirizzandosi settariamente sul tratto sagomale, a scapito di tutta la sostanza discorsiva dell’opera (tanto per citare un nome: Emerson Lake & Palmer, valenti e degni di nota, ma in alcuni pezzi prevenuti e un tantino artificiosi). I VDGG sono un gruppo di musica totale che ha dato un contributo incisivo per l’affermazione a livello planetario del rock e dei suoi derivati. Non è mia intenzione reputarli superiori od inferiori a mostri sacri, giacché intoccabili, quali King Crimson, Yes, Genesis, Pink Floyd eccetera, ma credo che più di altri rispecchino quasi integralmente il mio pensiero, oltre che la mia personalità e, com’è ovvio che sia, le mie preferenze in fatto di musica. Troppo proiettati al futuro per non essere ricordati e stimati anche ai giorni nostri: i Van der Graaf Generator. Pezzi consigliati: Darkness (11/11), Refugees, Killer, House with No Door, Man-Erg, Theme One, The Undercover Man, Arrow, Pilgrims, Still Life, Masks, Wondering, Every Bloody Emperor. 

Giuseppe Paolo Caraglia