Chi ha ucciso la donna? Sul femminicidio (27/05/2014).

Il femminicidio è la punizione quotidiana per ogni donna che non accetta di immedesimarsi nel proprio ruolo sociale, è il principale ostacolo alla autodeterminazione e al godimento dei diritti fondamentali di più di metà della popolazione mondiale. Esso attraversa ogni luogo, ogni epoca, ogni cultura. Secondo le testimonianze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la prima causa di uccisione nel mondo e in Europa delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute. Nel nostro Paese non trascorre settimana senza che i mass-media ci informino di donne assassinate da congiunti stretti o comunque appartenenti allo stesso nucleo famigliare. Dall’inizio del 2012, 102 risultano essere le vittime. Nel 2011 le donne assassinate in Italia sono state 120 (58 al Nord, 21 al Centro, 30 al Sud e 11 nelle isole). Nel 2010 se ne sono contate 127 e 119 nel 2009. In media, dunque, si sono verificati più di due femminicidi alla settimana. Scorrendo le storie delle donne assassinate non si può che rimanerne sbigottiti, anche solo nel prendere atto delle modalità con le quali il delitto è stato perpetrato: accoltellata, soffocata, sgozzata, annegata, fatta precipitare da un’altezza, presa a martellate, colpita con un’arma da fuoco e via scorrendo. Gli organi di stampa parlano di omicidi passionali, di storie di raptus, di amori sbagliati, di gelosia, di follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i crimini vengano per lo più commessi da persone portatrici di disagi psicologici o affette da attacchi di aggressività improvvisa e inattesa. In ambito sociologico, da un po’ di tempo è stato coniato un neologismo per esplicare il suddetto fenomeno: femminicidio. Un termine ideato per indicare l’omicidio della donna in quanto donna, ovvero l’omicidio basato sul genere. Secondo i sociologi, la “colpa” delle vittime del femminicidio è fondamentalmente quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalle ideologie tradizionaliste e da una certa cultura conservatrice che continua a non accettare che uomo e donna siano ontologicamente uguali e radicalmente differenti. Un termine che qualcuno ha criticato, ma che è stato utilizzato anche dall’inviata dell’ONU, nel rendere noto, qualche anno fa, il primo rapporto sul femminicidio in Italia. Il rapporto dell’Onu mette sotto accusa la cultura patriarcale ed evidenzia come l’origine di questa forma di violenza, fuori e dentro la famiglia, sia imputabile al persistere, in taluni soggetti maschili, del bisogno ancestrale di esercitare dominio sulle donne, considerate oggetti e non soggetti. Rashida Manjoo, nel valutare ciò che l’Italia sta facendo per porre rimedio ad un dato così allarmante, è piuttosto severa: stigmatizza come “non appropriate” le “risposte” dello Stato italiano ed arriva a definire il femminicidio “crimine di Stato” perché di fatto “tollerato dalle pubbliche istituzioni”. Questo problema dovrebbe essere affrontato a più livelli, soprattutto nei luoghi della formazione e dell’informazione. Siamo, infatti, indubbiamente di fronte ad una nuova e irrimandabile “questione maschile” che, in verità, rimane ancora da comprendere nel suo significato più profondo, a livello sociale, culturale ed etico. La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale: un messaggio devastante alimentato da una proiezione permanente di immagini, dossier, pubblicità che legittimano la violenza. Si ha l’impressione che, soprattutto in certe zone dell’Italia, persistano attitudini socio-culturali inclini a “condonare” la violenza domestica. Forse è proprio da questo dato allarmante che bisogna partire per prevenire e contrastare il femminicidio. E’ inutile dire che in questi ultimi anni, comunque, si siano fatti indubbi passi in avanti. L’attenzione alla protezione delle donne che decidono di uscire da situazioni di violenza è sempre maggiore. Tuttavia sono ancora troppe le donne che vengono giornalmente ammazzate perché è ancora carente una reazione collettiva forte a questa cultura assassina, che riporta in auge pregiudizi e stereotipi antichissimi legati alla virilità, all’onore, al ruolo degli uomini e delle donne nella coppia e nella società. Per sconfiggere la cultura androcentrica e patriarcale è necessaria una più ferma presa di posizione da parte di tutte le persone responsabili presenti nelle istituzioni e nella società. Le nostre città devono distinguersi per come scelgono di prevenire e contrastare la violenza contro le donne e non per l’inerzia o la stanchezza con le quali, tacendo, finiscono di fatto con l’assecondarla. Bisogna educare al volto dell’altro, ai sentimenti, alla tenerezza, al rispetto doveroso e prioritario sempre e comunque della dignità umana. In un mondo che celebra il primato dell’io arrogante, egoistico e prevaricatore, l’educazione non va considerata un’arte improponibile, non va cancellata dai codici etici, non va considerata strumento vecchio e fuori uso: va affermata con forza e determinazione.

(Per “BlogSociologia.it” del Dr. Roberto Di Molfetta)

Giuseppe Paolo Caraglia

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