Resoconto Epistolare sulla Vita Sentimentale di Cesare Lombroso (13/08/2011)

L’antropologo criminale (poeta mancato!) Cesare Lombroso descriveva il sesso femminile come la “piaga originale, la turpe ferita sempre aperta che sanguina e pute”. Del resto in vita sua ha sempre avuto un’amante e di quelle difficili da soddisfare: la Scienza. Si limitava a intrattenere con l’universo femminile rapporti superficiali, fuggevoli, per lo più ridotti a pochi istanti di vischiosa conversazione. “Ci son persone che vorrebbero parlare con le signore e non cominciano che quando esse sono andate via…e io sono di quelli!”. A individuare una compagna all’altezza di Lombroso provvede il cugino Davide Levi. Dopo il primo incontro combinato dal pronubo Davide, Lombroso scrive al Righi: “Essa ha 22 anni, è di Alessandria, ebrea di nascita e anche un po’ di convinzione; è gentile nei modi e soprattutto nell’anima; sensibile, sensitiva e avida del bene e dell’affetto, ha due occhi che rispondono all’animo e il resto…niente di straordinario, il tutto degno più che di me di un animo poetico come io non sono, e non so essere”. Lombroso chiede la mano di Nina una settimana dopo averla incontrata per la prima volta ad Alessandria grazie ai buoni uffici del cugino. Oscuramente, avverte che non si può più traccheggiare. E’ venuta l’ora: o si decide a compiere il gran passo oppure potrebbe non trovare mai più una donna disposta a condividere la sua esistenza in boccio con un oscuro, precario, goffo e non più giovanissimo professorucolo universitario di provincia come lui. Nina è la persona adatta, arde dal desiderio di uscire dal soffocante guscio familiare, muore dalla voglia di sposarsi. L’intesa viene perfezionata nel giro di poche ore. Sebbene l’abbia in pugno e abbia ottenuto il consenso di maritarsi dai genitori suoi e di lei, lo scienziato comincia a scrivere alla promessa sposa lettere deprimenti: “Mi chiedi se ti amerei senza capelli, bambina mia: crudele domanda a un materialista come sono io”. Commoventi deliri da innamorato. Ma poi passano i giorni e Lombroso ricomincia a spedire alla fidanzata missive sempre più ambigue e tetre: “Oh la mia cattivella! Non vuoi tu proprio lasciarmi un giorno senza mandarmi un raggio della tua allegria, della tua sorridente boccuccia. Io ho un bel fissarmi stoicamente. per quest’oggi lavoriamo; che quando mi viene una tua lettera devo gettar via carte e fascicoli per parlarti! Non per niente voi altre siete dette figlie d’Eva; ti dirò che t’amo assai più col cervello che col cuore”. Affermazioni d’inqualificabile aridità, capaci di precipitare in un abisso di disperazione anche la donna più perdutamente innamorata dell’orbe terracqueo. Autolesionista ai limiti del masochismo, Lombroso s’intestardisce a condurre su se stesso un’analisi spietata: “Gli uomini e gli studi mi hanno isterilito il cuore, che dubita di tutto. Mi sento al tuo paragone un vecchio col cuore di carta pecora. Se tu sapessi la triste genia che sono gli scienziati. Io ho dei giorni un umore così nero che tutto mi par lugubre e in questi casi m’imagino che tu non mi vuoi bene, che io sono troppo grossolano, troppo disadatto, che il tuo cuoricino di vetro e d’oro s’infrangerà al contatto del mio, fatto ruvido dalla vita, dagli accidenti, dalla professione”. “Alla larga dagli scienziati”, è la parola d’ordine che più volte lo scienziato le impone. Invece Nina si mostra così sensibile ai desideri del promesso sposo da arrivare al punto di accompagnarlo in gita domenicale a prigioni e manicomi, dove per ore e ore, marmorizzata e incredula, lo osserva misurare con cura certosina pazzi e criminali. A tal proposito, al culmine del panico, Lombroso cerca di far capire a Nina in che razza di stato subumano si stia riducendo giorno dopo giorno indirizzandole una deterrente epistola in cui stigmatizza i propri innominabili difetti: “Se tu fin d’ora ti capaciti delle cattiverie mie e non te ne spaventi, meglio per me: ma io sarei un triste a non preavvisartene. Sono troppo egoista, senza cuore, senza sentimenti: il pensiero della gloria e della scienza mi occupa troppo. Tu me lo perdoni perché chi ama è cieco, ma se la benda ti calasse dagli occhi, se questo brutto cuore ulcerato e freddo ti apparisse nella sua nudità, quanto ne soffriresti! Eh sì che ti amo, che ti adoro, che sei la più cara cosa: ma chi non ti amerebbe dopo averti conosciuta? No, tu meriti ben altro amore più vivo e caldo del mio. Pensa a questo, pensaci bene. Credimi, questo pezzo di ghiaccio non è degno di te!”. Lombroso s’impone di riflettere, poi si decide a cambiare registro e comincia a spedire a Nina lettere abuliche, lamentose. “Se commetterai il mortifero errore di amarmi, angelino mio, sappi che sarai tremendamente infelice per tutta la vita (…) Paventa, amor mio, paventa la tristezza della vita che ti attende, paventane la povertà, paventane l’indigenza, ricordati che proprio l’amore per primo si ammazza nella miseria: e se più che a ogni altra cosa al mondo tieni alla tua felicità, allora, quando avrai letto questa mia, lasciami in pace e soprattutto non scrivermi, ripeto non scrivermi mai più se non vuoi vedere quei tuoi occhi angelici piangere in eterno per causa mia”. Sono del tutto vani i suoi piagnistei, Nina non gli si scrolla più di dosso, anzi rompe gli indugi, scende in campo, passa all’azione, comincia a rispondere alle mosse astute del fidanzato non più con le lettere ma coi fatti. Industriosa com’è, con le poche migliaia di lire di cui Lombroso dispone ammobilia in modo eccellente il loro futuro nido d’amore, un appartamento di Pavia, in Foro Oleario. Dopo innumerevoli discussioni e varie vicissitudini, il matrimonio viene fissato per il 10 aprile 1870. Pur di accaparrarsi al più presto il fidanzato e sottrarlo a quella che suppone una scatenata concorrenza, Nina si mostra disposta a tutto. Incerta ma energica, perplessa ma volitiva, in ogni caso ammirevole, si vota a essere la colonna dell’esistenza di Cesare Lombroso. Lo sarà per 40 anni ma purtroppo il criminologo la ripagherà non sempre con l’amore bensì con una sorta di gelatinosa accondiscendenza.

Giuseppe Paolo Caraglia

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