Su “La Notte” di Elie Wiesel. Per la Giornata della Memoria (27/01/2014)

Oltre al 27 gennaio, voglio premettere che la giornata della Memoria vada menzionata e rammentata coscienziosamente anche nei restanti 364 giorni dell’anno. Per una ragione evidente: per non permettere più che si ripresentino quegli spiragli ideologici che ci possano ricondurre agli orrori compiuti in quel passato. Il male assoluto che ne è stato è invasivo, soffocante, è un’oscurità solida e collosa. E’ un immondo ratto che tallona come un’ombra l’impronta dei nostri piedi. Per quanto si perpetui nella memoria collettiva, striscia silenzioso nel presente, nella speranza che in futuro gli sarà nuovamente data la possibilità di innalzarsi, ancora una volta corrompendoci e calpestandoci. Del romanzo “La notte” di Eliezer Wiesel, di origine romena e di cultura ebraica, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1986, ricordo ancora con profondo rammarico tre scene struggenti: il trattamento ignobile che le SS riservarono a milioni e milioni di innocenti, inclusi gli anziani, le donne e i bambini; il discostamento spirituale delle vittime dello sterminio dalle verità di fede, quindi da Dio, imperturbabile di fronte alle suppliche dilanianti che riecheggiavano impetuosamente dai campi di annientamento, e gli attimi di forte attaccamento sentimentale dell’autore nei riguardi del padre, sfinito dai soprusi subìti e in ultimo sterminato davanti agli occhi del figlio con una abominevole manganellata sulla fronte. La pace rivoluzionaria è l’unica strada da perseguire in ogni dove per non incorrere mai più in quei momenti strazianti, che in futuro si potrebbero anche ripresentare inopinatamente sotto false vesti con l’avvento di profeti irresponsabili. E’ dovere imprescindibile di ogni cittadino italiano quello di far proprio quel momento storico e nel descrivere ciò che è accaduto quello di accantonare una volta tanto ogni forma di egoismo ideologico. L’ideologia molte volte si presenta come falsa interpretazione della realtà e provoca sistematicamente l’obnubilamento delle menti, si costituisce come paradigma concettuale che ci ordina in una data situazione di transitare per vie che realisticamente risultano essere impercorribili, disconoscendo i valori fondamentali e intramontabili dell’umanità intera. Per quanto sia fragile e pieno di contraddizioni, teniamoci stretto il sistema democratico e, a proposito di esso, voglio ricordare una frase che un ex Presidente della Repubblica Italiana aveva molto a cuore e che ripeteva con tono deciso in ogni evenienza: “È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature” (S. Pertini).

(Per “Il Giornale di Torre”, Gennaio 2014)

Giuseppe Paolo Caraglia

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