Imprenditore suicida per i debiti? No, per gli errori delle banche (11/03/2013).

L’epilogo è di quelli amari specie se, dopo le opportune verifiche chiarificatorie, vengono a galla elementi agghiaccianti come quelli cui mi appresto ad illustrare. La storia in questione designa le rivelazioni inquietanti, emerse soltanto nei giorni scorsi, intorno all’attività imprenditoriale di uno degli oltre 500 datori di lavoro che, di questi ultimi tempi, si son visti costretti a togliersi la vita perché strozzati fatalmente dalla crisi economica. Questo caso tuttavia, tastando i vertici dell’inaccettabilità morale, si discosta proprio per la sua paradossalità dagli altri. Veniamo al nocciolo. Attivo nel nord Italia come imprenditore dell’Alta Padovana, il fatto tragico che lo ha compromesso ineluttabilmente risale a due anni fa. Egli, incalzato dalle banche, dopo essere venuto a conoscenza di aver accumulato verso di loro cospicui debiti dai quali non si sarebbe più riuscito a risollevare, non essendo per l’appunto in grado di saldarli, decise di porre fine alla sua esistenza, abbandonando precocemente moglie e figli. Prima di appellarsi intenzionalmente al tragico atto, l’imprenditore e, in seguito, anche i suoi stessi familiari avevano però richiesto l’accertamento della situazione effettiva, affidando alla Confedercontribuenti Veneto la supervisione dei suoi documenti e conti correnti. Stando alle dichiarazioni inattese dei giorni scorsi da parte del direttore della Confedercontribuenti Veneto, la vicenda ha subìto un risvolto drammatico, a maggior ragione perché si è scoperto che l’imprenditore in questione in realtà non avesse alcuna responsabilità circa il suo fallimento: “Con grande stupore e amarezza – ha sostenuto il direttore – i familiari hanno appreso che secondo due dettagliatissime perizie econometrico-matematiche eseguite dal nostro staff, non erano le banche ad essere creditrici rispettivamente di 54mila e 40mila euro, ma l’imprenditore stesso (di circa 600mila euro!)”. Addirittura i conti dell’imprenditore sono risultati in perfetto ordine sin dal 2002-03. Pare difatti che attraverso interessi gonfiati, doppi interessi e composti, conditi con commissioni e spese ingiustificate applicate solo in un secondo momento, le banche lo tenevano inaspettatamente sotto il “giogo” dello strozzinaggio, commutandogli in breve tempo la posizione di creditore in irrevocabile debitore. In parole spicciole, gli sono stati inferti a sua insaputa usura e anatocismo. Così, i familiari hanno espresso la volontà di rivolgersi al tribunale di Padova per avviare una causa civile contro i seguenti istituti bancari, chiedendo un risarcimento doveroso che ammonta a quasi 4 milioni di euro. L’inchiesta è aperta. Volendo pur considerare, anche a costo di errare, la responsabilità della suddetta banca in buona fede, inorridisce allora che essa incorra in errori del genere, perché ne va anzitutto di mezzo la vita delle persone. Su questo dato c’è davvero poco da discutere. Un fatto che avrebbe dovuto usufruire perlomeno di maggiore risonanza, per evitare che in futuro si riverifichino conseguenze simili a quella riportata.

(Per “Il Giornale di Torre”, Marzo 2013)

Giuseppe Paolo Caraglia

 

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