Ivan Illich e l’Idea di Descolarizzare la Società

 

Nel 1971 il filosofo Ivan Illich scrisse un’opera (“bislacca” per i conservatori del caso) intitolata “Descolarizzare la società”,  che diede un effetto a dir poco spiazzante nel dibattito sulle istituzioni scolastiche di quell’epoca. Infatti, con il termine “descolarizzazione” il discorso di Illich ruota intorno a due principi di fondo: 1. Per prima cosa l’istruzione moderna obbligatoria deve essere annientata e commutata da modelli di indottrinamento necessariamente alternativi; 2. Ai datori di lavoro bisogna vietare  di chiedere ai potenziali dipendenti qualsivoglia informazione inerente la loro carriera formativa. Seguendo alla lettera i suoi propositi, quindi, il rapporto triadico che i funzionalisti vedono tra istruzione, inserimento nel lavoro e reddito incasserebbe una perforazione letale. “Il sistema di istruzione attuale” – dice – “non promuove lo sviluppo cognitivo, la razionalità e l’autonomia intellettuale, ma piuttosto presiede alla trasmissione di valori materialistici e conoscenze tecniche, rendendo gli studenti vittime di esperti e burocrati. Nelle società meno sviluppate, l’istruzione di massa non solo costituisce un metodo inefficiente per perseguire l’alfabetizzazione, ma tende a creare negli studenti senso di inadeguatezza e inferiorità“. Ma  se la scuola fosse rasa al suolo, se si avverasse quest’incubo o questo sogno (a discrezione dei casi ovviamente), chi o cosa dovrebbe sostituirla? Illich propone “istituzioni conviviali” che insegnino a chi le frequenta ciò che essi desiderano imparare in vista del proprio futuro, invece di imporre loro idee predeterminate. Queste istituzioni private insegnerebbero a leggere, a scrivere e a fare uso professionale di competenze tecniche. Ma non dovrebbe essere permesso agli imprenditori il reperimento di informazioni sul percorso carrieristico degli individui, sui giudizi da essi ricevuti o sui risultati degli esami da essi sostenuti: le persone dovrebbero essere assunte in virtù della loro sola competenza effettiva, dimostrata nell’area lavorativa di riferimento, e non sulla base del  loro percorso scolastico. Una piccola parentesi che probabilmente garberà poco col discorso centrale sorge spontanea a questo punto, a costo anche di  spezzare una lancia a favore di tutti quei motivetti soffocanti propri di un certo qualunquismo dilagante. Guarda caso, se Illich fosse vissuto più a lungo, forse si sarebbe espresso in altri termini nell’età postmoderna che stiamo attraversando. Perché oggigiorno bisogna essere davvero fortunati se e quando accade che un datore di lavoro si accinga a sfogliare il tuo curriculum, ad esaminarlo scrupolosamente e ad attenersi ad esso in altrettanto modo per stabilire eventuali assunzioni. Probabilmente l’autore si sarebbe adoperato al fine di effettuare un  intervento di revisione o quantomeno di implementazione teorica di tutto l’apparato preso in esame. Tuttavia, il discorso di Illich è questo e non bisogna discostarsi dal periodo storico in cui è vissuto.

Su “Il Giornale di Torre”, Febbraio 2015

Giuseppe Paolo Caraglia

 

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