Le origini storiche del Partito Democratico (1989-)

Con la caduta del muro di Berlino e l’entrata in crisi di alcuni Stati dell’Europa orientale, anche nel PCI inizia a formalizzarsi la suggestione del cambiamento. Miglioristi e berlingueriani decidono di apportare una modificazione del nome da assegnare al partito, per dare spazio alle istanze di una società che sta nel frattempo mutando. Il segretario Achille Occhetto interpreta questa posizione convocando un Congresso straordinario, da tenersi a Rimini nel novembre del 1989 nel quale annuncerà la svolta, ormai celebre come Svolta della Bolognina, dal nome dell’area dove avvenne il Congresso. Il fatto suscita però parecchio sgomento, dato che lo stesso segretario aveva affermato poco tempo prima che l’essere comunisti italiani è un dato fondamentale ed originale rispetto agli altri partiti comunisti europei, rimasti ancorati al PCUS di Mosca. Per la verità il partito aveva discusso riguardo al proprio nome già nel 1965, quando si poneva la possibilità di riunirsi con il PSI. In seguito, se ne discusse nel 1985, ma senza esito. Infine, nel 1989 avvenne la svolta, al cui riguardo Giorgio Napolitano, oggi Presidente della Repubblica e a quel tempo a capo della corrente migliorista e alla dirigenza del PCI, disse: “Non dimentichiamo le nostre radici, anche se cambia il nome. Ma per il futuro è meglio identificare la nostra denominazione in modo diverso, magari come Partito del Lavoro o dei lavoratori. Dobbiamo essere legati al mondo del lavoro, anche se in modo adeguato ai tempi”. Montessoro lascia il partito già il 21 novembre, intuendo cosa sarebbe accaduto a breve. Tra i contrari allo scioglimento del PCI pesò molto quello del presidente ed ex-segretario Natta, che nel 1991 lascia la politica con una lettera nella quale esprime sfiducia verso tutta la classe politica italiana ed esprime altresì contrarietà verso il progetto craxiano di repubblica presidenziale. Comunque il 31 gennaio 1991, tanto è durata la fase costituente del nuovo soggetto politico, si apre il XX e ultimo Congresso del PCI. Achille Occhetto si appresta ad assumere la carica di segretario del nuovo soggetto, il Partito Democratico della Sinistra (PDS), ma accade un colpo di scena: il 4 febbraio, alla votazione, 132 delegati su 547 non partecipano alla votazione e i “no” alla sua elezione sono 37 in più rispetto a quelli di cui le opposizioni interne disponevano e Occhetto, per 10 voti, non ha il quorum per essere eletto. Sconcerto e voci di complotto si avvertono negli ambienti PDS, Occhetto annuncia che non si ricandida ma che resta a disposizione del partito. A quel punto Massimo D’Alema, numero due del partito e stratega, organizza un’ulteriore votazione per l‘8 febbraio, in cui Occhetto viene eletto segretario con il 71% dei voti. Il 16 dello stesso mese viene eletto presidente del PDS Stefano Rodotà. Il partito, trovato l’assetto sperato, si pone in alternativa ai governi “socialdemocristiani”, ma si divide al suo interno riguardo alla partecipazione o meno dell’Italia alla guerra del Golfo, tra Iraq, Iran e Usa. Aldo Tortorella e Lucio Libertini vogliono una mozione per il disimpegno italiano, mentre gli ex-miglioristi di Napolitano vogliono che si mantenga l’impegno con la NATO, come prospettato dagli eurosocialisti e per questo si scontrano aspramente con la componente ex-ingraiana. Il vertice del PDS, per bocca di D’Alema, si dirà alla fine favorevole al cessate il fuoco, ma senza chiedere il ritiro dei militari italiani. Il partito, tra l’altro, si impegna in politica interna verso la promozione del superamento dello Stato bicamerale e ripropone una sorta di abbozzo di federalismo, ma al contempo è preoccupato dell’avanzata dei moti regionalisti e delle Leghe indipendentiste. Il centrosinistra guidato dal PDS perderà clamorosamente le elezioni del 1994, vinte da Berlusconi in alleanza con popolari, Lega Nord e Alleanza Nazionale. Il tutto darà come conseguenza le dimissioni di Occhetto da segretario, dopo il magro risultato raccolto, e gli subentrerà Massimo D’Alema, capogruppo alla Camera, vincitore di una durissima battaglia per la segreteria contro il più moderato Walter Veltroni, direttore de L’Unità e dato inizialmente per favorito. Nel 1996 si va a voto anticipato, in seguito alla caduta del governo Berlusconi, sostituito da un esecutivo tecnico guidato da Lamberto Dini, che traghetta il Paese alle elezioni. Il centrosinistra si riorganizza, candidando l’economista indipendente Romano Prodi (con un passato nella Dc), attorno a cui si forma una nuova alleanza, denominata L’Ulivo, che comprende PDS, SDI (Socialisti Democratici Italiani), PPI e Repubblicani Europei. Il soggetto è appoggiato dall’esterno dai comunisti del PRC tramite il sopraccitato accordo di desistenza. Le elezioni vengono vinte e L’Ulivo diventa il perno attorno al quale costruire un’ampia convergenza di tutte le forze di centrosinistra. E’ da qui che parte il progetto di un partito unico non più della Sinistra, ma delle forze riformiste e democratiche (cioè PDS e PPI), che nel 2007 darà vita al Partito Democratico. C’è però da rimarcare che dal progetto di confluire nel PD si stacca una consistente parte ex-PDS (giudicando il nuovo soggetto troppo moderato), una buona parte del PPI (ora nell’UDC, in quanto giudicava la formazione come troppo fondata sul laicismo) e lo SDI, che non si sentiva più parte del progetto, anche perché nell’area di centrosinistra arriva l’Italia dei Valori, guidata dall’ex-Pm dell’inchiesta “Mani Pulite”, inviso ovviamente a socialisti e democristiani. I Verdi, inizialmente nell’Ulivo, se ne distaccano per spostarsi più a sinistra. Alle politiche del 2006, vinte dal centrosinistra di Romano Prodi, l’Ulivo era parte della larga coalizione, che andava dal PRC all’UDEUR cristiano-sociale di Clemente Mastella, denominata L’Unione. Per giungere al progetto unitario di partito che raccolga ex-PCI ed ex-DC, i vertici PDS scelgono la strada del socialismo, abbandonando definitivamente l’ideologia comunista. Il neopremier e segretario D’Alema accelera i tempi, trasformando nel 1998 il partito in “Democratici di Sinistra” (DS), con l’eliminazione del simbolo del PCI in basso, sostituito dalla rosa, simbolo socialista utilizzato anche in Europa. Ai DS partecipano però anche movimenti riconducibili al comunismo. Segretario viene eletto Walter Veltroni, a cui succederà nel 2001 Piero Fassino, fino allo scioglimento del partito, nel 2007. I DS si stabilizzano attorno al 17%, anche se alle regionali del 2005 toccano il massimo del 24%, divenendo per pochi mesi il partito più votato d’Italia. Anche i comunisti litigano, infatti in seguito alla sfiducia a Prodi del 1998 da parte del PRC, l’area contraria alla sfiducia fuoriesce dal partito e fonda il Partito dei Comunisti italiani (PDCI). Presidente è Cossutta e segretario diviene Oliviero Diliberto, ex-capogruppo alla Camera per il PRC. Il PDCI resta nell’area di governo, esprimendo, tra gli altri, Diliberto come Ministro della Giustizia e Nerio Nesi come Ministro dei Lavori Pubblici. Il PDCI sarà alleato dell’Ulivo alle elezioni politiche del 2001, perse dal candidato del centrosinistra Francesco Rutelli, noto anche per essere passato dai Radicali ai Socialdemocratici, dai Verdi ai Democratici, dalla Margherita al Pd, fino all’Api di cui è leader oggi, nel 2011. Il partito di Diliberto, da cui Cossutta fuoriesce nel 2006 lasciando la politica attiva, si attesterà mediamente attorno al 2% dei consensi, fino al tracollo della sinistra patito nel 2008. Il difficile cammino del governo Prodi porta all’accelerazione del processo unitario dei principali soggetti DS e Margherita (partito capeggiato da Rutelli, contenente molti exdemocristiani), verso la nascita del denominato Partito Democratico. Con un anno d’anticipo, nell’ottobre 2007, nasce il partito, con alla segreteria Walter Veltroni. Alla presidenza va l’ispiratore della fusione, Romano Prodi. Contrari allo scioglimento dei DS furono il 25% degli iscritti, capeggiati da Fabio Mussi e Gavino Angius. Il nuovo partito ha però subito vita dura, infatti a gennaio 2008 il segretario, ad un comizio, afferma che con lui non ci saranno mai alleanze così ampie per formare il governo, mirando invece ad un partito a “vocazione maggioritaria”, cioè che corra da solo. Queste affermazioni irritano il premier Prodi e i partiti minori della coalizione, uno dei quali, l’UDEUR, esce dalla maggioranza (anche per un avviso di garanzia arrivato al Ministro della Giustizia Mastella e alla moglie) e provoca la caduta del governo, con conseguenti elezioni anticipate stravinte dal centrodestra, avversario dell’accoppiata Pd-IdV (Pd al 33% ma perdente). Il premier Prodi si dimette da presidente del partito e in tv accusa Veltroni, dopo il voto, di aver contribuito in modo decisivo alla caduta di un già vacillante governo (i seggi di maggioranza al Senato erano solo due in più rispetto a quelli dell’opposizione), affermando come sia fondamentale l’apporto delle ali estreme della coalizione in un governo, per evitare che possano agire in altro modo (cioè secondo molti per evitare che l’estrema sinistra agisca in modo violento fuori dalle Istituzioni e che il centro si allei con la destra). Il posto da presidente del partito è preso da Anna Finocchiaro. Nel 2009, a febbraio, si vota per la regione Sardegna: il centrosinistra perde e Veltroni è portato alle dimissioni da ambienti vicini all’acerrimo avversario D’Alema, Ministro degli Esteri con Prodi. Le nuove elezioni primarie per la segreteria sono vinte da Pierluigi Bersani, sostenuto da D’Alema, contro Dario Franceschini, sostenuto da Veltroni, che aveva retto il partito durante gli otto mesi di transizione (febbraio-ottobre), e Ignazio Marino, che rappresentava posizioni laiciste. Presidente del partito diventa Rosy Bindi, che fu rivale di Veltroni per la segreteria nel 2007. Alle europee del 2009 il partito si era attestato al 26%. Le regionali 2010 non riservano grandissime soddisfazioni per il Pd e pongono nuovamente la questione delle alleanze, ancora irrisolta ed intricata, con parte del partito favorevole all’UDC, parte che opterebbe per la Sinistra e parte che fonderebbe un accordo su IdV oppure socialisti. Ad oggi, Il Partito Democratico rappresenta la più grande forza politica riformista del Paese, nato il 14 ottobre 2007 con le elezioni primarie a cui hanno partecipato oltre 3 milioni di cittadini.

Giuseppe Paolo Caraglia