Il concetto di decrescita conviviale (felice) nel pensiero di Serge Latouche

Proporre delle alternative sostenibili ai modelli di sviluppo correnti non significa necessariamente avanzare argomentazioni che implichino un inesorabile ritorno al passato. Oggigiorno il dopo-sviluppo è quantomeno ipotizzabile, ragion per cui deve essere in grado di vagliare più prospettive possibili. Tra queste figura senz’altro la cosiddetta “decrescita conviviale”, teorizzata dal filosofo ed economista francese Serge Latouche. Decrescita, s’intende, non col fine univoco di tutelare l’ambiente paesaggistico circostante, ma anche per ripristinare tutte quelle condizioni che garantiscano, oggi più che mai, un minimo di giustizia ed equità sociale. Il filosofo sostiene che in assenza di questo minimo essenziale il pianeta, presto o tardi, sarà condannato a contorcersi su se stesso. Una precisazione, decrescita non è sinonimo di crescita negativa, regresso economico o riduzione del benessere. Gettare le basi per la decrescita vuol dire discostarsi anzitutto e senza mezzi termini dall’immaginario economico collettivo, rinunciando a quelle credenze solo apparentemente irresistibili secondo cui “di più è uguale a meglio”; “chi più ha, meglio sta”. Il bene e la felicità si possono riottenere a minor prezzo. La riscoperta della vera ricchezza deve 1) passare attraverso il rispetto per le bellezze naturali e il consolidamento delle relazioni sociali conviviali; 2) compiersi con serenità puntando sulla frugalità, sulla sobrietà e anche su una percentuale di rigorosità nel consumo materiale. Più sinteticamente, l’edificazione di una società meno ingiusta si tradurrebbe nel recupero della convivialità e nell’adozione di un modello di consumo più limitato quantitativamente e più esigente qualitativamente. Sappiamo bene che una persona felice non arriverà a consumare antidepressivi, non consulterà psichiatri, non tenterà di suicidarsi, non romperà le vetrine dei negozi, non acquisterà dalla mattina alla sera oggetti tanto cari quanto inutili e, a proposito di quest’ultimo punto, se vogliamo, l’individuo comune partecipa in misura ridottissima all’attività economica della società. La decrescita può rendere la vita più gradevole e si pone come priorità quella di focalizzarsi sul fondamentale abbandono del perseguimento insensato della crescita per la crescita, il cui motore è soltanto la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale. La decrescita intende semplicemente ribaltare gli stili di vita e ripristinare l’uso razionale del cervello umano e dell’energia. Si intende riscoprire il piacere del vivere sociale in maniera non più egoistica ma altruistica. Riscoprire il piacere dei cibi autoprodotti, della vita conviviale, dello stare insieme per affrontare i problemi della comunità locale avendo un approccio olistico e pragmatico dei temi affrontati. Decrescita significa riappropriarsi dei beni comuni e tutelarli. Significa bere acqua del rubinetto ma sicura, significa affidare la gestione della stessa a società realmente pubbliche fatte anche dai cittadini e non da una corporation SpA. Per tutti questi motivi la decrescita felice non è collocabile fra gli schieramenti politici attuali, siano essi di destra o di sinistra, per la banale ragione che i diritti non sono di una parte politica, ma di tutti. Mangiare cibi sani e di qualità, bere acqua pubblica e pulita, usare l’energia razionalmente, tutto questo ed altro sono pure scelte di buon senso, sono il frutto di azioni politiche che non hanno una bandiera politica. Agli occhi dei più può apparire una strada attuabile soltanto nelle nostre menti, ma non è così. Ci sono infatti diverse comunità in Italia che si stanno spendendo nell’applicazione dei principi delle 8R, consistenti in un complesso strategico volto a realizzare la decrescita attraverso otto parole chiave: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, redistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Il grande mutamento per costruire la società della decrescita può essere espletata con l’attivazione di questi otto ambiziosi fattori interdipendenti che si rafforzano in modo costante e reciproco. Chi non riesce a smuoversi dalle proprie convinzioni e crede ancora fermamente che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle.

Giuseppe Paolo Caraglia

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