James O’Connor & The Fiscal Crisis of the State 

nzoPer l’economista neomarxista James O’Connor, la crisi fiscale dello Stato non è altro che la tendenza delle spese governative ad aumentare più rapidamente delle entrate. “Certo non esiste nessuna legge ferrea in virtù della quale le spese debbano sempre aumentare più in fretta delle entrate, ma sta di fatto che i bisogni crescenti, giunti a un tale livello che soltanto lo Stato li può soddisfare, generano aspettative crescenti nel bilancio statale” (O’Connor, 1973: p. 4). Dato che “la spesa statale è… incessantemente il campo di battaglia degli interessi di classe”, O’Connor spiega che “le grandi società per azioni e i ricchi investitori vogliono che siano i lavoratori e le piccole imprese a pagare il conto per quanto riguarda la modernizzazione degli aeroporti, l’ampliamento della rete stradale, i trasporti rapidi urbani, gli investimenti per il rifornimento idrico, il controllo dell’inquinamento. […]” (O’Connor, 1973: p. 3). D’altra parte, piccole imprese e, in generale, proprietari di immobili si aspettano una riduzione della tassazione immobiliare, l’operaio medio salariato auspica una riduzione della tassazione sul reddito e i poveri vogliono semplicemente meno tasse. Ma per O’Connor, qualora il cittadino fosse restìo ad accettare l’aumento della tassazione diretta sul reddito, allora il Governo, per finanziare le maggiori spese (attraverso l’inflazione o l’espansione del credito), troverebbe comunque il modo di farlo contribuire per via implicita, ossia attraverso traslazione dell’imposta sui beni di consumo. Nell’Europa ottocentesca, constata O’Connor, il finanziamento della spesa statale scaturiva innanzitutto dalle esigenze derivanti dalla guerra: “Le guerre e l’espansione imperiale finanziate per mezzo del debito provocarono l’inflazione, la riduzione del reddito reale dei lavoratori, la concentrazione nelle mani di dinamici uomini d’affari delle grandi risorse cui lo Stato in guerra può attingere sotto la forma delle imposte o dei prestiti. Furono così le guerre e l’espansione imperiale […] che crearono quella classe di rentier per la quale Marx, in un brano giustamente famoso, coniò il termine di aristocrazia finanziaria (…)” (O’Connor, 1973: p. 215). L’aristocrazia finanziaria esiste tuttora ed è tuttora assai potente, nella misura in cui banche e grandi società imprenditoriali investano ancora oggi in titoli di Stato rapidamente convertibili. Il debito statale, per O’Connor, svolge un ruolo essenziale nel sostenere il sistema finanziario, basti immaginare che il debito federale statunitense, ad un certo punto subì un’impennata straordinaria: dai 40 miliardi di dollari del 1940 ai 450 miliardi del 1972. Solitamente, “le classi dominanti cercano o di occultare, oppure di giustificare e razionalizzare ideologicamente lo sfruttamento fiscale” (O’Connor, 1972: p. 228). Si sa che nei paesi capitalistici avanzati lo sfruttamento fiscale è tenuto in fin dei conti nascosto ai contribuenti. Le imposte indirette sono l’autentica dimostrazione di come agisca il Governo per espropriare fiscalmente gli operai salariati: per esempio “la Tax Foundation ha stimato che circa 150 tributi sono celati nel prezzo di una pagnotta, e circa 600 tributi nel prezzo di una casa” (O’Connor, 1973: p. 229). L’autore ci spiega che la tesi del Governo è fondamentalmente la seguente: “Se si tassano i profitti con eccessiva pesantezza, diminuirà l’accumulazione di capitale e quindi la crescita della produzione e dell’occupazione, e che se si danneggiano gli incentivi per le famiglie ricche, per gli investitori e per gli istituti finanziari che monopolizzano l’offerta del capitale monetario, si inaridirà l’offerta di fondi investibili” (O’Connor, 1973: p. 229). Inoltre lo sfruttamento fiscale viene paradossalmente giustificato con il seguente motto: “trattamento eguale per soggetti eguali”. Ma la società capitalistica attuale non è una società di eguali poiché “vi sono proprietari e non proprietari, capitalisti monopolistici e capitalisti concorrenziali, lavoratori organizzati e lavoratori non organizzati, gruppi sociali oppressori e minoranze oppresse, ricchi e poveri, e così via” (O’Connor, 1973: pp. 230-231). Quella sopraccitata è una dottrina, a tutti gli effetti, “dispotica” dal momento che il Governo, per rimborsare il prestito contratto coi capitalisti monetari, prende univocamente di mira, tramite espropriazione fiscale, lavoro salariato e piccole imprese. Dunque, un sistema fiscale che si propone di trattare tutti i soggetti in modo uguale, in un sistema in cui vigono gli interessi di classe e la diversa distribuzione reddituale, sta soltanto rafforzando le ingiustizie derivanti dallo status quo, generato per l’appunto dal sistema di produzione capitalistico. Ma la cosa più sconcertante è che il Governo non pone alcun rimedio per tentare di alleviare i livelli altamente inquietanti di ineguaglianze economiche e reddituali, realisticamente esistenti. “Così anche la politica fiscale risponde soprattutto allo scopo di incrementare i profitti privati e l’attività economica privata: lo Stato cioè non deve ridurre gli incentivi per i capitalisti a risparmiare e a investire. Quindi, anche da un punto di vista teorico, colpire il reddito o la ricchezza della classe capitalistica è nel migliore dei casi inefficace” (O’Connor, 1973: p. 231). Per esempio, gli incrementi di valore realizzati dalle imprese monopolistiche sono esenti da imposte e “i proprietari e gli alti dirigenti delle grandi società per azioni percepiscono gran parte dei propri redditi sotto la forma degli interessi fruttati dalle obbligazioni municipali, che sono esenti da imposte, e degli incrementi di valore del capitale realizzati, che sono tassati ad aliquote relativamente basse” (O’Connor, 1973: p. 235). Dal momento che la classe capitalistica è riuscita a trovare delle scappatoie legali nel sistema fiscale, “l’imposta personale sul reddito non ha inciso che in misura minima sul formarsi di questa massiccia concentrazione della ricchezza, nonostante la facciata delle aliquote progressive” (O’Connor, 1973: p. 235). “E con i suoi rifugi fiscali e le scappatoie disponibili […], l’intero sistema in realtà si basa sullo sfruttamento della classe operaia e dei piccoli imprenditori, in particolar modo degli addetti al settore monopolistico il cui reddito imponibile è relativamente alto” (O’Connor, 1973: p. 236). Sono oggetto di sfruttamento non solo immobili e reddito delle imprese, ma anche i contributi previdenziali, le imposte sulle vendite e di fabbricazione, e, principalmente, l’imposta personale sul reddito. Ne consegue che quasi tutti gli economisti siano concordi nel ritenere che in realtà l’intera imposta sul monte-salari ricada unicamente sugli operai salariati. Per concludere, secondo O’Connor, “il sistema fiscale svolge due grandi funzioni: in primo luogo, consente al capitale monopolistico di incrementare il proprio reddito e il proprio patrimonio, e svolge quindi un ruolo importante nel rafforzarlo in quanto classe dominante. L’accresciuta spesa statale, anche là dove nominalmente è finanziata mediante le imposte sui profitti, incrementa i profitti e incide sui salari reali, dato che le grandi società per azioni scaricano le imposte da esse pagate sui consumatori aumentando i prezzi. In secondo luogo, il sistema sottrae capitale alle piccole imprese e alla classe operaia, al fine di coprire i costi del capitale sociale e delle spese sociali. Limitando la loro capacità di accumulare risparmi liquidi, il sistema fiscale costringe i lavoratori a rimanere tali: sul lungo periodo, costringe la classe operaia a dipendere sempre di più dal capitale e in ultima analisi dallo Stato. E’ questa un’interessante contraddizione del sistema fiscale: da un lato, la pressione fiscale ricade con la massima pesantezza sulla classe operaia; d’altro lato, la classe operaia ha bisogno di stanziamenti statali sempre maggiori (…), proprio a causa della sua condizione operaia. Può benissimo darsi che, quanto maggiore è lo sfruttamento fiscale, tanto maggiori siano le spese governative e quindi tanto più necessario diventi uno sfruttamento fiscale ancora più intenso” (O’Connor, 1973: p. 240).
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1. Eaton J. (1950), Economia Politica. Introduzione alla teoria economica marxista, Milano, Piccola Biblioteca Einaudi, 1977.
2. O’Connor J. (1972), La Crisi Fiscale dello Stato, Milano, Piccola Biblioteca Einaudi, 1979.

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Esiste una dottrina marxistica dello Stato? La critica di Bobbio

marxNegli scritti politici giovanili del 1850, Marx teorizza l’annientamento del sistema di riproduzione capitalistico, reo di provocare ineguaglianze sul piano sociale ed economico, a vantaggio di un nuovo modello istituzionale, sociale, politico ed economico attorno a cui stringersi. E’ il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura che andrebbe ad intaccare il monopolio complessivo (finanziario, industriale, culturale ecc.) detenuto dalle classi dominanti. Per Marx solo un governo anticapitalista e quindi socialistico, realizzabile attraverso l’applicazione dei seguenti punti: 1) dittatura del proletariato, 2) collettivizzazione dei mezzi di produzione, 3) abolizione della proprietà privata, 4) azzeramento delle differenze di classe, 5) volterrianesimo (difesa della tolleranza, libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale), 6) piena realizzazione di una democrazia compiutamente diretta, può risollevare le masse popolari dalla loro miseria economica, dal loro degradamento sociale e culturale. Alla luce quindi di questi propositi, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: in Marx esiste una teoria articolata dello Stato? Nelle sue opere, si possono rintracciare delle indicazioni sufficientemente chiare ed esaurientemente adempiute per la determinazione di una costruzione positiva dello Stato socialista? “Purtroppo no”, sottolineò Bobbio sulle pagine di Mondoperaio: se continuiamo ad attingere univocamente al pensiero politico dell’economista di Treviri, non possiamo né ricavare, né dedurre un modello di Stato altro, assieme democratico e socialista, in contrapposizione a quello borghese. Nelle sue opere, in realtà, Marx si è occupato maggiormente dell’estinzione dello Stato borghese e della critica dell’economia capitalistica, rea di generare crisi e disuguaglianze sociali, che non della costruzione dello Stato socialista, pur avendolo ritenuto contro gli anarchici, necessario. Bobbio, inoltre, si interroga sul nesso dicotomico esistente tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e sfida gli intellettuali della sinistra massimalista dell’epoca ad esporsi sulla possibilità o meno di poter coniugare le libertà civili che lo Stato democratico-rappresentativo ha progressivamente conquistato nel corso del tempo, con il socialismo. Molti (ma non tutti) fra questi intellettuali finirono per accreditare le tesi di Bobbio: gli interventi furono ad opera di Boffa, Cerroni, Colletti, Diaz, Guiducci, Ingrao, Negri, Occhetto, Signorile ecc. Per Bobbio ci sono socialisti e socialisti: in particolare, si possono distinguere i socialisti riformisti da quelli rivoluzionari. I riformisti vedono nella democrazia rappresentativa e quindi nel sistema politico odierno il mezzo più efficace per raggiungere i propri intenti ossia: servirsi delle attuali istituzioni per introdurre, dal suo interno, profonde modificazioni negli assetti della società civile che porteranno, gradualmente, al compimento del passaggio dalla società capitalistica a quella socialista. I rivoluzionari, al contrario, sostengono che occorra sovvertire anzitutto la democrazia rappresentativa dello Stato borghese, intraprendendo perciò un lungo cammino rivoluzionario per creare tutte quelle condizioni intrinseche che condurranno ad uno Stato effettivamente socialista e ad una democrazia a tutti gli effetti diretta. Ma l’esperienza rivoluzionaria dell’URSS ci ha insegnato che se non si fa un uso accorto degli istituti democratici, a fare la loro ricomparsa, sotto nuove vesti, sono vecchi regimi autarchici e dittatoriali. Ed è ciò che si vorrebbe necessariamente evitare. Per Bobbio, la democrazia diretta, avvalorata e propugnata dalle idee socialiste, è, in verità, molto difficile da realizzare: Bobbio giungerà a definirla persino «sovversiva», in funzione proprio del margine di pericolosità e di rischiosità annesso ad una sua quanto mai improbabile affermazione. Le dure repliche della storia hanno dimostrato che sinora nessun sistema politico democratico è approdato al socialismo e sinora nessun sistema socialistico è governato democraticamente. Eppure, nonostante tutto, vi è chi continua a sostenere che la democrazia senza socialismo e il socialismo senza democrazia siano rispettivamente una democrazia e un socialismo imperfetti.

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