James O’Connor & The Fiscal Crisis of the State 

nzoPer l’economista neomarxista James O’Connor, la crisi fiscale dello Stato non è altro che la tendenza delle spese governative ad aumentare più rapidamente delle entrate. “Certo non esiste nessuna legge ferrea in virtù della quale le spese debbano sempre aumentare più in fretta delle entrate, ma sta di fatto che i bisogni crescenti, giunti a un tale livello che soltanto lo Stato li può soddisfare, generano aspettative crescenti nel bilancio statale” (O’Connor, 1973: p. 4). Dato che “la spesa statale è… incessantemente il campo di battaglia degli interessi di classe”, O’Connor spiega che “le grandi società per azioni e i ricchi investitori vogliono che siano i lavoratori e le piccole imprese a pagare il conto per quanto riguarda la modernizzazione degli aeroporti, l’ampliamento della rete stradale, i trasporti rapidi urbani, gli investimenti per il rifornimento idrico, il controllo dell’inquinamento. […]” (O’Connor, 1973: p. 3). D’altra parte, piccole imprese e, in generale, proprietari di immobili si aspettano una riduzione della tassazione immobiliare, l’operaio medio salariato auspica una riduzione della tassazione sul reddito e i poveri vogliono semplicemente meno tasse. Ma per O’Connor, qualora il cittadino fosse restìo ad accettare l’aumento della tassazione diretta sul reddito, allora il Governo, per finanziare le maggiori spese (attraverso l’inflazione o l’espansione del credito), troverebbe comunque il modo di farlo contribuire per via implicita, ossia attraverso traslazione dell’imposta sui beni di consumo. Nell’Europa ottocentesca, constata O’Connor, il finanziamento della spesa statale scaturiva innanzitutto dalle esigenze derivanti dalla guerra: “Le guerre e l’espansione imperiale finanziate per mezzo del debito provocarono l’inflazione, la riduzione del reddito reale dei lavoratori, la concentrazione nelle mani di dinamici uomini d’affari delle grandi risorse cui lo Stato in guerra può attingere sotto la forma delle imposte o dei prestiti. Furono così le guerre e l’espansione imperiale […] che crearono quella classe di rentier per la quale Marx, in un brano giustamente famoso, coniò il termine di aristocrazia finanziaria (…)” (O’Connor, 1973: p. 215). L’aristocrazia finanziaria esiste tuttora ed è tuttora assai potente, nella misura in cui banche e grandi società imprenditoriali investano ancora oggi in titoli di Stato rapidamente convertibili. Il debito statale, per O’Connor, svolge un ruolo essenziale nel sostenere il sistema finanziario, basti immaginare che il debito federale statunitense, ad un certo punto subì un’impennata straordinaria: dai 40 miliardi di dollari del 1940 ai 450 miliardi del 1972. Solitamente, “le classi dominanti cercano o di occultare, oppure di giustificare e razionalizzare ideologicamente lo sfruttamento fiscale” (O’Connor, 1972: p. 228). Si sa che nei paesi capitalistici avanzati lo sfruttamento fiscale è tenuto in fin dei conti nascosto ai contribuenti. Le imposte indirette sono l’autentica dimostrazione di come agisca il Governo per espropriare fiscalmente gli operai salariati: per esempio “la Tax Foundation ha stimato che circa 150 tributi sono celati nel prezzo di una pagnotta, e circa 600 tributi nel prezzo di una casa” (O’Connor, 1973: p. 229). L’autore ci spiega che la tesi del Governo è fondamentalmente la seguente: “Se si tassano i profitti con eccessiva pesantezza, diminuirà l’accumulazione di capitale e quindi la crescita della produzione e dell’occupazione, e che se si danneggiano gli incentivi per le famiglie ricche, per gli investitori e per gli istituti finanziari che monopolizzano l’offerta del capitale monetario, si inaridirà l’offerta di fondi investibili” (O’Connor, 1973: p. 229). Inoltre lo sfruttamento fiscale viene paradossalmente giustificato con il seguente motto: “trattamento eguale per soggetti eguali”. Ma la società capitalistica attuale non è una società di eguali poiché “vi sono proprietari e non proprietari, capitalisti monopolistici e capitalisti concorrenziali, lavoratori organizzati e lavoratori non organizzati, gruppi sociali oppressori e minoranze oppresse, ricchi e poveri, e così via” (O’Connor, 1973: pp. 230-231). Quella sopraccitata è una dottrina, a tutti gli effetti, “dispotica” dal momento che il Governo, per rimborsare il prestito contratto coi capitalisti monetari, prende univocamente di mira, tramite espropriazione fiscale, lavoro salariato e piccole imprese. Dunque, un sistema fiscale che si propone di trattare tutti i soggetti in modo uguale, in un sistema in cui vigono gli interessi di classe e la diversa distribuzione reddituale, sta soltanto rafforzando le ingiustizie derivanti dallo status quo, generato per l’appunto dal sistema di produzione capitalistico. Ma la cosa più sconcertante è che il Governo non pone alcun rimedio per tentare di alleviare i livelli altamente inquietanti di ineguaglianze economiche e reddituali, realisticamente esistenti. “Così anche la politica fiscale risponde soprattutto allo scopo di incrementare i profitti privati e l’attività economica privata: lo Stato cioè non deve ridurre gli incentivi per i capitalisti a risparmiare e a investire. Quindi, anche da un punto di vista teorico, colpire il reddito o la ricchezza della classe capitalistica è nel migliore dei casi inefficace” (O’Connor, 1973: p. 231). Per esempio, gli incrementi di valore realizzati dalle imprese monopolistiche sono esenti da imposte e “i proprietari e gli alti dirigenti delle grandi società per azioni percepiscono gran parte dei propri redditi sotto la forma degli interessi fruttati dalle obbligazioni municipali, che sono esenti da imposte, e degli incrementi di valore del capitale realizzati, che sono tassati ad aliquote relativamente basse” (O’Connor, 1973: p. 235). Dal momento che la classe capitalistica è riuscita a trovare delle scappatoie legali nel sistema fiscale, “l’imposta personale sul reddito non ha inciso che in misura minima sul formarsi di questa massiccia concentrazione della ricchezza, nonostante la facciata delle aliquote progressive” (O’Connor, 1973: p. 235). “E con i suoi rifugi fiscali e le scappatoie disponibili […], l’intero sistema in realtà si basa sullo sfruttamento della classe operaia e dei piccoli imprenditori, in particolar modo degli addetti al settore monopolistico il cui reddito imponibile è relativamente alto” (O’Connor, 1973: p. 236). Sono oggetto di sfruttamento non solo immobili e reddito delle imprese, ma anche i contributi previdenziali, le imposte sulle vendite e di fabbricazione, e, principalmente, l’imposta personale sul reddito. Ne consegue che quasi tutti gli economisti siano concordi nel ritenere che in realtà l’intera imposta sul monte-salari ricada unicamente sugli operai salariati. Per concludere, secondo O’Connor, “il sistema fiscale svolge due grandi funzioni: in primo luogo, consente al capitale monopolistico di incrementare il proprio reddito e il proprio patrimonio, e svolge quindi un ruolo importante nel rafforzarlo in quanto classe dominante. L’accresciuta spesa statale, anche là dove nominalmente è finanziata mediante le imposte sui profitti, incrementa i profitti e incide sui salari reali, dato che le grandi società per azioni scaricano le imposte da esse pagate sui consumatori aumentando i prezzi. In secondo luogo, il sistema sottrae capitale alle piccole imprese e alla classe operaia, al fine di coprire i costi del capitale sociale e delle spese sociali. Limitando la loro capacità di accumulare risparmi liquidi, il sistema fiscale costringe i lavoratori a rimanere tali: sul lungo periodo, costringe la classe operaia a dipendere sempre di più dal capitale e in ultima analisi dallo Stato. E’ questa un’interessante contraddizione del sistema fiscale: da un lato, la pressione fiscale ricade con la massima pesantezza sulla classe operaia; d’altro lato, la classe operaia ha bisogno di stanziamenti statali sempre maggiori (…), proprio a causa della sua condizione operaia. Può benissimo darsi che, quanto maggiore è lo sfruttamento fiscale, tanto maggiori siano le spese governative e quindi tanto più necessario diventi uno sfruttamento fiscale ancora più intenso” (O’Connor, 1973: p. 240).
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1. Eaton J. (1950), Economia Politica. Introduzione alla teoria economica marxista, Milano, Piccola Biblioteca Einaudi, 1977.
2. O’Connor J. (1972), La Crisi Fiscale dello Stato, Milano, Piccola Biblioteca Einaudi, 1979.

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Esiste una dottrina marxistica dello Stato? La critica di Bobbio

marxNegli scritti politici giovanili del 1850, Marx teorizza l’annientamento del sistema di riproduzione capitalistico, reo di provocare ineguaglianze sul piano sociale ed economico, a vantaggio di un nuovo modello istituzionale, sociale, politico ed economico attorno a cui stringersi. E’ il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura che andrebbe ad intaccare il monopolio complessivo (finanziario, industriale, culturale ecc.) detenuto dalle classi dominanti. Per Marx solo un governo anticapitalista e quindi socialistico, realizzabile attraverso l’applicazione dei seguenti punti: 1) dittatura del proletariato, 2) collettivizzazione dei mezzi di produzione, 3) abolizione della proprietà privata, 4) azzeramento delle differenze di classe, 5) volterrianesimo (difesa della tolleranza, libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale), 6) piena realizzazione di una democrazia compiutamente diretta, può risollevare le masse popolari dalla loro miseria economica, dal loro degradamento sociale e culturale. Alla luce quindi di questi propositi, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: in Marx esiste una teoria articolata dello Stato? Nelle sue opere, si possono rintracciare delle indicazioni sufficientemente chiare ed esaurientemente adempiute per la determinazione di una costruzione positiva dello Stato socialista? “Purtroppo no”, sottolineò Bobbio sulle pagine di Mondoperaio: se continuiamo ad attingere univocamente al pensiero politico dell’economista di Treviri, non possiamo né ricavare, né dedurre un modello di Stato altro, assieme democratico e socialista, in contrapposizione a quello borghese. Nelle sue opere, in realtà, Marx si è occupato maggiormente dell’estinzione dello Stato borghese e della critica dell’economia capitalistica, rea di generare crisi e disuguaglianze sociali, che non della costruzione dello Stato socialista, pur avendolo ritenuto contro gli anarchici, necessario. Bobbio, inoltre, si interroga sul nesso dicotomico esistente tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e sfida gli intellettuali della sinistra massimalista dell’epoca ad esporsi sulla possibilità o meno di poter coniugare le libertà civili che lo Stato democratico-rappresentativo ha progressivamente conquistato nel corso del tempo, con il socialismo. Molti (ma non tutti) fra questi intellettuali finirono per accreditare le tesi di Bobbio: gli interventi furono ad opera di Boffa, Cerroni, Colletti, Diaz, Guiducci, Ingrao, Negri, Occhetto, Signorile ecc. Per Bobbio ci sono socialisti e socialisti: in particolare, si possono distinguere i socialisti riformisti da quelli rivoluzionari. I riformisti vedono nella democrazia rappresentativa e quindi nel sistema politico odierno il mezzo più efficace per raggiungere i propri intenti ossia: servirsi delle attuali istituzioni per introdurre, dal suo interno, profonde modificazioni negli assetti della società civile che porteranno, gradualmente, al compimento del passaggio dalla società capitalistica a quella socialista. I rivoluzionari, al contrario, sostengono che occorra sovvertire anzitutto la democrazia rappresentativa dello Stato borghese, intraprendendo perciò un lungo cammino rivoluzionario per creare tutte quelle condizioni intrinseche che condurranno ad uno Stato effettivamente socialista e ad una democrazia a tutti gli effetti diretta. Ma l’esperienza rivoluzionaria dell’URSS ci ha insegnato che se non si fa un uso accorto degli istituti democratici, a fare la loro ricomparsa, sotto nuove vesti, sono vecchi regimi autarchici e dittatoriali. Ed è ciò che si vorrebbe necessariamente evitare. Per Bobbio, la democrazia diretta, avvalorata e propugnata dalle idee socialiste, è, in verità, molto difficile da realizzare: Bobbio giungerà a definirla persino «sovversiva», in funzione proprio del margine di pericolosità e di rischiosità annesso ad una sua quanto mai improbabile affermazione. Le dure repliche della storia hanno dimostrato che sinora nessun sistema politico democratico è approdato al socialismo e sinora nessun sistema socialistico è governato democraticamente. Eppure, nonostante tutto, vi è chi continua a sostenere che la democrazia senza socialismo e il socialismo senza democrazia siano rispettivamente una democrazia e un socialismo imperfetti.

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La rete ci renderà stupidi? Un saggio di Derrick de Kerckhove

Stavo sfogliando l’ultimo saggio del sociologo canadese Derrick de Kerckhove, “La rete ci renderà stupidi?” (Castelvecchi, 2016) sui pericoli ma anche sulle enormi potenzialità della rete. Tra gli effetti positivi si annoverano: un incremento del senso di autonomia, una maggiore sensazione di potere individuale, l’aumento dell’autostima e una maggiore disponibilità al cambiamento. Tra quelli negativi: la perdita e la riduzione di competenze convenzionali date in passato per scontate (tra gli es. facciamo più fatica a riconoscere facilmente persone incontrate per caso), diminuzione delle competenze interpersonali dal vivo (vita virtuale > vita reale), l’attenzione frammentata dato che le nostre attività sono interrotte continuativamente da dispositivi dotati di un qualche schermo (si accumulano solo frammenti di vita in luogo di una continuità esperienziale). Se una lettura, di qualsiasi genere essa sia, viene interrotta a più riprese, il pensiero prova in continuazione a ritrovare il filo, ma può farlo solo in modo frammentario e superficiale. Si apprende senza riflessione profonda (…)

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Il concetto di decrescita conviviale (felice) nel pensiero di Serge Latouche

Proporre delle alternative sostenibili ai modelli di sviluppo correnti non significa necessariamente avanzare argomentazioni che implichino un inesorabile ritorno al passato. Oggigiorno il dopo-sviluppo è quantomeno ipotizzabile, ragion per cui deve essere in grado di vagliare più prospettive possibili. Tra queste figura senz’altro la cosiddetta “decrescita conviviale”, teorizzata dal filosofo ed economista francese Serge Latouche. Decrescita, s’intende, non col fine univoco di tutelare l’ambiente paesaggistico circostante, ma anche per ripristinare tutte quelle condizioni che garantiscano, oggi più che mai, un minimo di giustizia ed equità sociale. Il filosofo sostiene che in assenza di questo minimo essenziale il pianeta, presto o tardi, sarà condannato a contorcersi su se stesso. Una precisazione, decrescita non è sinonimo di crescita negativa, regresso economico o riduzione del benessere. Gettare le basi per la decrescita vuol dire discostarsi anzitutto e senza mezzi termini dall’immaginario economico collettivo, rinunciando a quelle credenze solo apparentemente irresistibili secondo cui “di più è uguale a meglio”; “chi più ha, meglio sta”. Il bene e la felicità si possono riottenere a minor prezzo. La riscoperta della vera ricchezza deve 1) passare attraverso il rispetto per le bellezze naturali e il consolidamento delle relazioni sociali conviviali; 2) compiersi con serenità puntando sulla frugalità, sulla sobrietà e anche su una percentuale di rigorosità nel consumo materiale. Più sinteticamente, l’edificazione di una società meno ingiusta si tradurrebbe nel recupero della convivialità e nell’adozione di un modello di consumo più limitato quantitativamente e più esigente qualitativamente. Sappiamo bene che una persona felice non arriverà a consumare antidepressivi, non consulterà psichiatri, non tenterà di suicidarsi, non romperà le vetrine dei negozi, non acquisterà dalla mattina alla sera oggetti tanto cari quanto inutili e, a proposito di quest’ultimo punto, se vogliamo, l’individuo comune partecipa in misura ridottissima all’attività economica della società. La decrescita può rendere la vita più gradevole e si pone come priorità quella di focalizzarsi sul fondamentale abbandono del perseguimento insensato della crescita per la crescita, il cui motore è soltanto la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale. La decrescita intende semplicemente ribaltare gli stili di vita e ripristinare l’uso razionale del cervello umano e dell’energia. Si intende riscoprire il piacere del vivere sociale in maniera non più egoistica ma altruistica. Riscoprire il piacere dei cibi autoprodotti, della vita conviviale, dello stare insieme per affrontare i problemi della comunità locale avendo un approccio olistico e pragmatico dei temi affrontati. Decrescita significa riappropriarsi dei beni comuni e tutelarli. Significa bere acqua del rubinetto ma sicura, significa affidare la gestione della stessa a società realmente pubbliche fatte anche dai cittadini e non da una corporation SpA. Per tutti questi motivi la decrescita felice non è collocabile fra gli schieramenti politici attuali, siano essi di destra o di sinistra, per la banale ragione che i diritti non sono di una parte politica, ma di tutti. Mangiare cibi sani e di qualità, bere acqua pubblica e pulita, usare l’energia razionalmente, tutto questo ed altro sono pure scelte di buon senso, sono il frutto di azioni politiche che non hanno una bandiera politica. Agli occhi dei più può apparire una strada attuabile soltanto nelle nostre menti, ma non è così. Ci sono infatti diverse comunità in Italia che si stanno spendendo nell’applicazione dei principi delle 8R, consistenti in un complesso strategico volto a realizzare la decrescita attraverso otto parole chiave: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, redistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Il grande mutamento per costruire la società della decrescita può essere espletata con l’attivazione di questi otto ambiziosi fattori interdipendenti che si rafforzano in modo costante e reciproco. Chi non riesce a smuoversi dalle proprie convinzioni e crede ancora fermamente che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle.

Giuseppe Paolo Caraglia

Il Prog-Rock Esistenziale: i Van der Graaf Generator

6tag_021015-140042Ho trascorso quasi 2/3 della mia esistenza ad assecondare una passione decisamente smodata per la musica di qualità. Ho conosciuto ed apprezzato numerosi generi musicali, ascoltato migliaia tra gruppi e artisti, assimilato una sconfinatezza di lavori discografici; tutt’oggi, infatti, un po’ com’è insita nella natura degli esploratori, sono alla costante ricerca e scoperta di sound variegati, differenziati, innovativi, degni comunque di attenzione e ammirazione. Per molteplici ragioni constato che il prog-rock esistenziale degli inglesi Van der Graaf Generator, capeggiati dal leader indiscusso Peter Hammill, il Jimi Hendrix della voce (“una vocalità che sa essere angelica al limite del femmineo e violentemente demoniaca”), paroliere e mente del gruppo, si sia ritagliato un universo fenomenico unico e terribile, impressionandomi talvolta favorevolmente. A supporto delle atmosfere rarefatte e nevrotiche, il merito va in primis alla sontuosità dei loro testi filosofici, molto vicini allo psicodramma, carichi di significati avveniristici riflettenti la condizione pessimisticamente avvilente dell’umanità nell’età ultramoderna. Nella suite del “generatore” non si trascende il reale nel favolistico, non lo si dissolve nell’indeterminato, non lo si avviluppa in forme estetizzanti e alla fine rassicuranti. In essa è rappresentata, in tutta la sua intensità, l’angoscia del vivere, espressa tramite un sound lirico e, allo stesso tempo, epico. I VDGG vengono ricordati anche per gli arrangiamenti tanto essenziali quanto al contempo complessi, discostanti da virtuosismi estenuanti e barocchismi d’ogni sorta. Insomma sin dalle origini, risultati non conformi alle soluzioni compiacenti proposte dai competitori di turno, ovverosia una serie di riempimenti atti a suggellare quasi univocamente l’irrefrenabilità tecnica ed esibizionistica, indirizzandosi settariamente sul tratto sagomale, a scapito di tutta la sostanza discorsiva dell’opera (tanto per citare un nome: Emerson Lake & Palmer, valenti e degni di nota, ma in alcuni pezzi prevenuti e un tantino artificiosi). I VDGG sono un gruppo di musica totale che ha dato un contributo incisivo per l’affermazione a livello planetario del rock e dei suoi derivati. Non è mia intenzione reputarli superiori od inferiori a mostri sacri, giacché intoccabili, quali King Crimson, Yes, Genesis, Pink Floyd eccetera, ma credo che più di altri rispecchino quasi integralmente il mio pensiero, oltre che la mia personalità e, com’è ovvio che sia, le mie preferenze in fatto di musica. Troppo proiettati al futuro per non essere ricordati e stimati anche ai giorni nostri: i Van der Graaf Generator. Pezzi consigliati: Darkness (11/11), Refugees, Killer, House with No Door, Man-Erg, Theme One, The Undercover Man, Arrow, Pilgrims, Still Life, Masks, Wondering, Every Bloody Emperor. 

Giuseppe Paolo Caraglia

Le origini storiche del Partito Democratico (1989-)

Con la caduta del muro di Berlino e l’entrata in crisi di alcuni Stati dell’Europa orientale, anche nel PCI inizia a formalizzarsi la suggestione del cambiamento. Miglioristi e berlingueriani decidono di apportare una modificazione del nome da assegnare al partito, per dare spazio alle istanze di una società che sta nel frattempo mutando. Il segretario Achille Occhetto interpreta questa posizione convocando un Congresso straordinario, da tenersi a Rimini nel novembre del 1989 nel quale annuncerà la svolta, ormai celebre come Svolta della Bolognina, dal nome dell’area dove avvenne il Congresso. Il fatto suscita però parecchio sgomento, dato che lo stesso segretario aveva affermato poco tempo prima che l’essere comunisti italiani è un dato fondamentale ed originale rispetto agli altri partiti comunisti europei, rimasti ancorati al PCUS di Mosca. Per la verità il partito aveva discusso riguardo al proprio nome già nel 1965, quando si poneva la possibilità di riunirsi con il PSI. In seguito, se ne discusse nel 1985, ma senza esito. Infine, nel 1989 avvenne la svolta, al cui riguardo Giorgio Napolitano, oggi Presidente della Repubblica e a quel tempo a capo della corrente migliorista e alla dirigenza del PCI, disse: “Non dimentichiamo le nostre radici, anche se cambia il nome. Ma per il futuro è meglio identificare la nostra denominazione in modo diverso, magari come Partito del Lavoro o dei lavoratori. Dobbiamo essere legati al mondo del lavoro, anche se in modo adeguato ai tempi”. Montessoro lascia il partito già il 21 novembre, intuendo cosa sarebbe accaduto a breve. Tra i contrari allo scioglimento del PCI pesò molto quello del presidente ed ex-segretario Natta, che nel 1991 lascia la politica con una lettera nella quale esprime sfiducia verso tutta la classe politica italiana ed esprime altresì contrarietà verso il progetto craxiano di repubblica presidenziale. Comunque il 31 gennaio 1991, tanto è durata la fase costituente del nuovo soggetto politico, si apre il XX e ultimo Congresso del PCI. Achille Occhetto si appresta ad assumere la carica di segretario del nuovo soggetto, il Partito Democratico della Sinistra (PDS), ma accade un colpo di scena: il 4 febbraio, alla votazione, 132 delegati su 547 non partecipano alla votazione e i “no” alla sua elezione sono 37 in più rispetto a quelli di cui le opposizioni interne disponevano e Occhetto, per 10 voti, non ha il quorum per essere eletto. Sconcerto e voci di complotto si avvertono negli ambienti PDS, Occhetto annuncia che non si ricandida ma che resta a disposizione del partito. A quel punto Massimo D’Alema, numero due del partito e stratega, organizza un’ulteriore votazione per l‘8 febbraio, in cui Occhetto viene eletto segretario con il 71% dei voti. Il 16 dello stesso mese viene eletto presidente del PDS Stefano Rodotà. Il partito, trovato l’assetto sperato, si pone in alternativa ai governi “socialdemocristiani”, ma si divide al suo interno riguardo alla partecipazione o meno dell’Italia alla guerra del Golfo, tra Iraq, Iran e Usa. Aldo Tortorella e Lucio Libertini vogliono una mozione per il disimpegno italiano, mentre gli ex-miglioristi di Napolitano vogliono che si mantenga l’impegno con la NATO, come prospettato dagli eurosocialisti e per questo si scontrano aspramente con la componente ex-ingraiana. Il vertice del PDS, per bocca di D’Alema, si dirà alla fine favorevole al cessate il fuoco, ma senza chiedere il ritiro dei militari italiani. Il partito, tra l’altro, si impegna in politica interna verso la promozione del superamento dello Stato bicamerale e ripropone una sorta di abbozzo di federalismo, ma al contempo è preoccupato dell’avanzata dei moti regionalisti e delle Leghe indipendentiste. Il centrosinistra guidato dal PDS perderà clamorosamente le elezioni del 1994, vinte da Berlusconi in alleanza con popolari, Lega Nord e Alleanza Nazionale. Il tutto darà come conseguenza le dimissioni di Occhetto da segretario, dopo il magro risultato raccolto, e gli subentrerà Massimo D’Alema, capogruppo alla Camera, vincitore di una durissima battaglia per la segreteria contro il più moderato Walter Veltroni, direttore de L’Unità e dato inizialmente per favorito. Nel 1996 si va a voto anticipato, in seguito alla caduta del governo Berlusconi, sostituito da un esecutivo tecnico guidato da Lamberto Dini, che traghetta il Paese alle elezioni. Il centrosinistra si riorganizza, candidando l’economista indipendente Romano Prodi (con un passato nella Dc), attorno a cui si forma una nuova alleanza, denominata L’Ulivo, che comprende PDS, SDI (Socialisti Democratici Italiani), PPI e Repubblicani Europei. Il soggetto è appoggiato dall’esterno dai comunisti del PRC tramite il sopraccitato accordo di desistenza. Le elezioni vengono vinte e L’Ulivo diventa il perno attorno al quale costruire un’ampia convergenza di tutte le forze di centrosinistra. E’ da qui che parte il progetto di un partito unico non più della Sinistra, ma delle forze riformiste e democratiche (cioè PDS e PPI), che nel 2007 darà vita al Partito Democratico. C’è però da rimarcare che dal progetto di confluire nel PD si stacca una consistente parte ex-PDS (giudicando il nuovo soggetto troppo moderato), una buona parte del PPI (ora nell’UDC, in quanto giudicava la formazione come troppo fondata sul laicismo) e lo SDI, che non si sentiva più parte del progetto, anche perché nell’area di centrosinistra arriva l’Italia dei Valori, guidata dall’ex-Pm dell’inchiesta “Mani Pulite”, inviso ovviamente a socialisti e democristiani. I Verdi, inizialmente nell’Ulivo, se ne distaccano per spostarsi più a sinistra. Alle politiche del 2006, vinte dal centrosinistra di Romano Prodi, l’Ulivo era parte della larga coalizione, che andava dal PRC all’UDEUR cristiano-sociale di Clemente Mastella, denominata L’Unione. Per giungere al progetto unitario di partito che raccolga ex-PCI ed ex-DC, i vertici PDS scelgono la strada del socialismo, abbandonando definitivamente l’ideologia comunista. Il neopremier e segretario D’Alema accelera i tempi, trasformando nel 1998 il partito in “Democratici di Sinistra” (DS), con l’eliminazione del simbolo del PCI in basso, sostituito dalla rosa, simbolo socialista utilizzato anche in Europa. Ai DS partecipano però anche movimenti riconducibili al comunismo. Segretario viene eletto Walter Veltroni, a cui succederà nel 2001 Piero Fassino, fino allo scioglimento del partito, nel 2007. I DS si stabilizzano attorno al 17%, anche se alle regionali del 2005 toccano il massimo del 24%, divenendo per pochi mesi il partito più votato d’Italia. Anche i comunisti litigano, infatti in seguito alla sfiducia a Prodi del 1998 da parte del PRC, l’area contraria alla sfiducia fuoriesce dal partito e fonda il Partito dei Comunisti italiani (PDCI). Presidente è Cossutta e segretario diviene Oliviero Diliberto, ex-capogruppo alla Camera per il PRC. Il PDCI resta nell’area di governo, esprimendo, tra gli altri, Diliberto come Ministro della Giustizia e Nerio Nesi come Ministro dei Lavori Pubblici. Il PDCI sarà alleato dell’Ulivo alle elezioni politiche del 2001, perse dal candidato del centrosinistra Francesco Rutelli, noto anche per essere passato dai Radicali ai Socialdemocratici, dai Verdi ai Democratici, dalla Margherita al Pd, fino all’Api di cui è leader oggi, nel 2011. Il partito di Diliberto, da cui Cossutta fuoriesce nel 2006 lasciando la politica attiva, si attesterà mediamente attorno al 2% dei consensi, fino al tracollo della sinistra patito nel 2008. Il difficile cammino del governo Prodi porta all’accelerazione del processo unitario dei principali soggetti DS e Margherita (partito capeggiato da Rutelli, contenente molti exdemocristiani), verso la nascita del denominato Partito Democratico. Con un anno d’anticipo, nell’ottobre 2007, nasce il partito, con alla segreteria Walter Veltroni. Alla presidenza va l’ispiratore della fusione, Romano Prodi. Contrari allo scioglimento dei DS furono il 25% degli iscritti, capeggiati da Fabio Mussi e Gavino Angius. Il nuovo partito ha però subito vita dura, infatti a gennaio 2008 il segretario, ad un comizio, afferma che con lui non ci saranno mai alleanze così ampie per formare il governo, mirando invece ad un partito a “vocazione maggioritaria”, cioè che corra da solo. Queste affermazioni irritano il premier Prodi e i partiti minori della coalizione, uno dei quali, l’UDEUR, esce dalla maggioranza (anche per un avviso di garanzia arrivato al Ministro della Giustizia Mastella e alla moglie) e provoca la caduta del governo, con conseguenti elezioni anticipate stravinte dal centrodestra, avversario dell’accoppiata Pd-IdV (Pd al 33% ma perdente). Il premier Prodi si dimette da presidente del partito e in tv accusa Veltroni, dopo il voto, di aver contribuito in modo decisivo alla caduta di un già vacillante governo (i seggi di maggioranza al Senato erano solo due in più rispetto a quelli dell’opposizione), affermando come sia fondamentale l’apporto delle ali estreme della coalizione in un governo, per evitare che possano agire in altro modo (cioè secondo molti per evitare che l’estrema sinistra agisca in modo violento fuori dalle Istituzioni e che il centro si allei con la destra). Il posto da presidente del partito è preso da Anna Finocchiaro. Nel 2009, a febbraio, si vota per la regione Sardegna: il centrosinistra perde e Veltroni è portato alle dimissioni da ambienti vicini all’acerrimo avversario D’Alema, Ministro degli Esteri con Prodi. Le nuove elezioni primarie per la segreteria sono vinte da Pierluigi Bersani, sostenuto da D’Alema, contro Dario Franceschini, sostenuto da Veltroni, che aveva retto il partito durante gli otto mesi di transizione (febbraio-ottobre), e Ignazio Marino, che rappresentava posizioni laiciste. Presidente del partito diventa Rosy Bindi, che fu rivale di Veltroni per la segreteria nel 2007. Alle europee del 2009 il partito si era attestato al 26%. Le regionali 2010 non riservano grandissime soddisfazioni per il Pd e pongono nuovamente la questione delle alleanze, ancora irrisolta ed intricata, con parte del partito favorevole all’UDC, parte che opterebbe per la Sinistra e parte che fonderebbe un accordo su IdV oppure socialisti. Ad oggi, Il Partito Democratico rappresenta la più grande forza politica riformista del Paese, nato il 14 ottobre 2007 con le elezioni primarie a cui hanno partecipato oltre 3 milioni di cittadini.

Giuseppe Paolo Caraglia

Il concetto di consumo vistoso di Thorstein Veblen

 

Nel suo celebre libro “La Teoria della Classe Agiata”, datato 1899, il sociologo americano di origine norvegese Thorstein Veblen aveva colto in quello che chiamava consumo vistoso uno dei principi interpretativi ed esplicativi della conservazione dei ceti superiori, che l’autore soleva nominare con l’espressione generica “classe agiata”. Secondo Veblen, le élite sociali ed economiche, nella fattispecie le famiglie facoltose, dimostrano la loro superiorità in termini valoriali e identitari in due modi tra di loro complementari. Attraverso l’agiatezza vistosa, ovverosia dilapidando il proprio tempo ed escludendo intenzionalmente di impiegarlo per le attività produttive, data la superfluità di eseguire una qualche mansione lavorativa. Anche se non traspare dai discorsi e/o giudizi dei benestanti, costoro considerano il lavoro manuale come incongruente con le proprie passioni ed ambizioni. Per i ceti più abbienti le sfere occupazionali da onorare sono pressoché quelle improduttive: fra tutte “praticare attività sportiva, imparare le lingue morte, dedicarsi alle pratiche ludiche” ma anche “dimostrare di poter mantenere delle persone”, non solo moglie e figli (obiettivo prioritario delle classi lavoratrici) ma in particolare tutta una schiera di servitori alla loro mercé. La seconda strategia di cui si servono le classi agiate ruota intorno al concetto di consumo vistoso. Si tratta di uno spreco economico fine a se stesso, attuato attraverso l’acquisizione e lo sbandieramento che ne deriva di nuovi beni lussuosi di consumo. In questo caso è possibile rendere manifesta la propria ricchezza attraverso degli stratagemmi peraltro riuscitissimi. Pensiamo a quando si ricorre al consumo sfrenato di beni che viene effettuato facendo godere altre persone, ad esempio gli ospiti invitati ad un ricevimento: “Il consumo vistoso di beni ricercati è un mezzo di rispettabilità per il gentiluomo agiato. Come la ricchezza gli si accumula nelle mani, egli non riuscirà da solo, con questo metodo, per quanto si sforzi, a mettere sufficientemente a mostra la sua opulenza. Si ricorre perciò all’aiuto di amici e competitori con l’espediente di offrire regali di valore, feste e trattenimenti dispendiosi. Egli consuma per conto del suo ospite e intanto è testimone del consumo di quella sovrabbondanza di beni che l’ospite non potrebbe consumare da solo, ed è pure fatto testimone della compitezza cerimoniale di quest’ultimo. Il consumo diventa un investimento in vista di un aumento di reputazione”. I ricchi non si occupano dunque solo di accrescere le proprie ricchezze, acquisendo nuovi possedimenti patrimoniali o traendo profitto dal lavoro altrui per mantenere inalterato il loro “modus vivendi” o, se si vuole, il loro tenore di vita. L’esposizione di beni costosi è un marchio di fabbrica di cui si servono da sempre le classi agiate affinché consolidino, nella comunità di riferimento in cui sono inseriti, il loro status sociale. Nell’età postmoderna che stiamo attraversando, i paradigmi teorici relativi al concetto di consumo vistoso ideato da Veblen sono per diversi aspetti mutati. Oggigiorno si parla più che altro di “effetto Veblen”, vale a dire quel fenomeno per cui i consumatori sono tanto più attratti da un prodotto quanto più è elevato il suo prezzo, che dunque proprio per questo motivo assume significati di prestigio. Non è un caso che essi, obnubilati dal prezzo oneroso della merce, trascurino talvolta il rapporto qualità/prezzo potenziale ed effettivo che si nasconde dietro di essa. Un esempio a caso può essere, per quanto concerne il settore della tecnologia, l’acquisto dei marchi di telefonia più decantati, fra i quali spicca in primis il fatidico iPhone prodotto dalla Apple, attualmente l’azienda informatica più rinomata del pianeta. Oppure pensiamo a tutti quei “fuoristrada” che vengono quotidianamente impiegati e sfruttati nelle strade strette dei paesini piuttosto che negli ampi spazi naturali per cui erano stati all’origine progettati. Di esempi se ne potrebbero fare davvero a bizzeffe. In futuro assisteremo con molta probabilità ad un’ulteriore crescita di questi fenomeni: significativamente non tanto nei Paesi occidentali, quanto in quelli in via di sviluppo. Qui infatti il sopraggiungere del benessere economico porterà con sé una crescita delle opportunità di spesa della classe media, la quale vorrà, nella gerarchia sociale, mobilitarsi in senso verticale, necessitando pertanto di esibire i propri beni vistosi per potersi imporre socialmente.

 Giuseppe Paolo Caraglia

(Per “Il Giornale di Torre”, Marzo 2015)